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domenica 31 gennaio 2016

Mickaël Landreau e quel primo rigore parato nel giorno del debutto con la maglia del Nantes.



Accadde il 2 ottobre 1996 allo stadio "Armand Cesari" di Furiani, in Corsica.
Quel giorno lì era in programma la sfida di Ligue 1, la massima serie francese, tra il Bastia padrone di casa e il Nantes.
La squadra ospite aveva visto infortunarsi nel giro di poche settimane tutti quanti i portieri in organico. Il titolae David Marraud e la sua prima riserva Domenique Casagrande  erano entrambi infortunati e il terzo portiere non dava abbastanza garanzie al tecnico Jean-Claude Suaudeau decise così di affidarsi al giovane portiere delle giovanili Mickaël Landreau.
Landreau, che aveva appena 17 anni, fu così subito catapultato in un match molto caldo.
Il Nantes che stazionava nelle zone basse della classifica di Ligue 1 era infatti atteso dalla "calda" accoglienza dei corsi del Bastia.
Il debutto del giovane Landreau fu indimenticabile.
Quando la partita era sullo 0-0 fu proprio Landreau a causare, con un'uscita piuttosto avventata su un avversario lanciato a rete, un rigore a favore della formazione di casa.
Sul dischetto del rigore si presentò lo slovacco del Bastia Moravcik.
Il giocatore del Bastia calciò bene, angolando il tiro, ma il giovane Landreau si distese in maniera splendida sulla sua destra e deviò in volo il tiro dello slovacco. Il match finì a reti bianche e con questo miracoloso intervento Landreau mise il sigillo su una prestazione ottima e si prese le chiavi della porta del Nantes che difese per altri dieci anni sino al termine della stagione 2005/2006.
Due anni dopo, nel 1998, a soli diciannove anni Landreau divenne anche capitano del Nantes.
La sua carriera proseguì poi con la maglia del Paris Saint Germain (stagioni da 2006/2007 a 2008/2009) quindi Lilla (stagioni 2009/2010 a 2011/2012) per chiudersi, in un ideale cerchio del destino, proprio difendendo i pali del Bastia nel corso delle stagioni 2012/2013 e 2013/2014.
Proprio con le ultime apparizioni in Corsica Landreau ha stabilito un record straordinario:  con  618 presenze è il calciatore con più presenze nella storia del massimo campionato francese.
Ma non finisce qui.
Landreau è inoltre il portiere con la percentuale più alta di rigori parati nella Ligue 1. Ne ha parati ben 29 (tra campionati e coppe)  ai tempi della sua militanza nel Nantes.
Memorabile fu il rigore parato a Ronaldinho nel corso di una gara di Coppa di Francia tra il Nantes e il P.S.G..
In quell'occasione il portiere francese si posizionò sul lato destro della porta lasciando sguarnita la porta per tre quarti. Non si sa ancora bene come ma il brasiliano, che pure era uno specialista, tirò proprio là dove si era posizionato Landreau che realizzò così una parata a suo modo storica.
Un personaggio nella storia del calcio mondiale: Mickaël Landreau il pararigori.




(02/10/1996  Bastia - Nates 0 -0: il debutto di Landreau)


(Landreau e lo storico rigore parato a Ronaldinho)



(Landreau e i rigori parati con la maglia del Nantes)








domenica 24 gennaio 2016

Quando "Toni" Schumacher restò chiuso in ascensore prima della semifinale del Mondiale 1982


L'aneddoto che  segue l'ho appreso leggendo il libro "Undici Metri - Arte e psicologia del calcio di rigore." di Ben Lyttleton (Tea Editore)
Accadde l'8 luglio 1982 poche ore prima della semifinale Germania Ovest vs. Francia del Mondiale di Calcio nell'albergo che ospitava la comitiva tedesca.
Tre calciatori tedeschi, l'attaccante Klaus Fischer, il centrocampista Pierre Littbarski e il leggendario portiere Harald "Toni" Schumacher lasciarono le loro camere e presero l'ascensore per raggiungere i compagni e partire così alla volta dello stadio Ramòn Sànchez Pizjuàn per la storica sfida.
Tuttavia l'ascensore ad un certo punto si bloccò.
Insieme ai calciatori tedeschi vi erano anche altre persone tra cui alcune donne che, subito, furono prese dalla paura.
Toni Schumacher, che pochi minuti prima nella solitudine della sua stanza aveva fatto esercizi di body building, fece sfoggia della sua proverbiale grinta e, con la sua forza, riuscì ad aprire le porte dell'ascensore salva trovare di fronte a sé il muro. L'ascensore si era bloccato proprio a metà tra due piani.
Il portiere tedesco, stando al racconto che lo stesso Fischer  narrò di questo episodio, andò su tutte le furie.
Secondo la versione dell'episodio che diede Littbasrki l'ascensore restò bloccato per ben quindici minuti prima che il problema fosse risolto.
Nel frattempo la rabbia di "Toni" era montata sempre di più.
La comitiva tedesca partì alla volta dello stadio con un notevole ritardo a causa di questo episodio.
Ma i guai per Schumacher non erano finiti.
Sceso dall'autobus, quando questo era già ripartito, "Toni" si accorse di averci lasciato sopra la sua maglietta di gioco blu. Quella che per lui era un talismano.
A rabbia si sovrappose rabbia giacché gli toccò giocare la semifinale mondiale con la medesima maglia rossa che indossava anche il dirimpettaio portiere francese Jean-Luc Ettori.
Insomma, quella serata per "Toni" Schumacher non iniziò molto bene ...
Il resto della storia di quella storica semifinale lo potete leggere qui: 







José Santiago Cañizares e quel maledetto dopobarba.


Quando nel 2002 la squadra nazionale della Spagna si preparava ad affrontare la competizione del Mondiale di Calcio il portiere José Santiago Cañizares  era uno dei punti fermi della squadra.
Già titolare indiscusso del Valencia e assoluto beniamino dei tifosi locali  Cañizares arrivava dalla scuola del Real Madrid squadra per la quale vestì la maglia  nel corso delle stagioni dal 1994 al 1998 si era rivelato in tutta la sua bravura quando dal Madrid venne mandato a "farsi le ossa" prima nel Merida (stagione 1991/1992) e quindi nel Celta Vigo (stagioni 1992/1993 e 1993/1994).
Proprio ai tempi della militanza nel Celta, nella stagione  1992/1993 gli venne conferito il Trofeo Zamora come portiere meno battuto nella Liga Spagnola. Il premio fu in quell'occasione condiviso con il portiere del Deportivo Liaño.
Cañizares vinse lo stesso Trofeo in altre tre occasioni vestendo la maglia del Valencia nelle stagioni 2000/2001, 2001/2002, 2003/2004.
Tuttavia  a quel mondiale 2002 Santiago Cañizares non prese parte per via di un incredibile incidente domestico che gli capitò proprio poche settimane prima dell'avvio della manifestazione.
Il portiere spagnolo, infatti,  si lesionò un tendine del piede quando gli cadde sopra la boccetta del dopobarba.
L'incidente, per quanto banale, gli costò la maglia numero 1 di titolare delle Furie Rosse.
Al suo posto giocò le partite del Mondiale 2002 il più giovane Iker Casillas che non lasciò più il minimo spazio a Cañizares   e che, a forza di ottime prestazioni,  di lì a poco sarebbe diventato una Leggenda delle Furie Rosse.
Santiago Cañizares resta comunque, nella mia memoria, uno dei più forti e dotati portieri spagnoli di ogni tempo. 



(La leggenda ... Santiago Cañizares)




sabato 23 gennaio 2016

Gianluigi "Gigi" Buffon e quei 17 anni sempre tra i primi 10 portieri al mondo.




Lo scorso  6 gennaio l'Istituto di Storia e Statistica del Calcio, l'ente tedesco conosciuto come I.F.F.H.S., ha decretato quello che è stato il miglior portiere del mondo per l'anno 2015.
Come nel 2013 e nel 2014 il premio è andato per il terzo anno di fila al giovane tedesco Manuel Neuer, senza dubbio un fenomeno.
Al secondo posto il "nostro" Gianluigi "Gigi" Buffon.
Buffon è stato nominato miglior portiere del mondo in 4 passate edizioni (2003/2004/2006/2007). Meglio di lui solo lo spagnolo Iker Casillas che è stato eletto  il migliore per 5 anni di fila dal 2008 al 2012.
Tuttavia  proprio Gigi Buffon detiene un record assoluto che difficilmente sarà mai battuto in futuro.
Il portiere della Juventus e della Nazionale è risultato essere sempre presente nella lista dei dieci migliori portieri del mondo per ben 17 anni di fila dal lontano 1999 al 2015
Un record mostruoso. Incredibile se si considera anche che, nel frattempo, Buffon ha coraggiosamente affrontato il declassamento di categoria nella serie B italiana con la Juventus nella stagione 2006/2007.
In questi 17 anni questi sono stati i piazzamenti di Buffon anno per anno:

Nel 1999 fu quinto.
Nel 2000 fu decimo.
Nel 2001 fu terzo.
Nel 2002 fu quinto.
Nel 2003 fu primo.
Nel 2004 fu primo.
Nel 2005 fu terzo.
Nel 2006 fu primo.
Nel 2007 fu primo.
Nel 2008 fu secondo.
Nel 2009 fu secondo.
Nel 2010 fu nono.
Nel 2011 fu quarto.
Nel 2012 fu secondo.
Nel 2013 fu secondo.
Nel 2014 fu quarto.
Nel 2015 è stato appena nominato al secondo posto.

Il tedesco Manuel Neuer, che pure ha già vinto tre volte la classifica come migliore del mondo, è finora entrato nei primi dieci 6 volte.
Già da ora sa, che per battere il record del nostro Gig Buffon, dovrà entrarci ancora per qualcosa come undici anni. 
Considerando che Neuer compirà 30 anni il prossimo 27 marzo  gli toccherà giocare ancora ad altissimi livelli fino al compimento dei 40 anni.
Viva Gianluigi "Gigi" Buffon. Una Leggenda.









domenica 10 gennaio 2016

Quando Fabrizio Casazza parò un rigore al brasiliano Leonardo



Accadde il 19 marzo 2000 allo stadio  Penzo di Venezia.
Quel giorno lì, per la partita valida per la nona giornata di ritorno del massimo campionato di calcio di serie A, il Milan di Zaccheroni affrontò i lagunari allenati da Oddo.
Per mantenere il passo della Juventus di Carletto Ancelotti il Milan doveva assolutamente vincere.
Invece la partita si dimostrò ardua sin dall'inizio.
Dopo solo 11 minuti il bomber del Venezia Maniero ricevette uno splendido assist da Ganz e, senza indugio, calciò la sfera al volo andando a battere imparabilmente il portiere del Milan  Rossi.
Il Venezia proseguì nel suo assalto attaccando per tutto il primo tempo gli spazi liberi del campo e mettendo così in difficoltà il Milan che, dal canto suo,  non riuscì mai ad essere pericoloso nei primi 45 minuti.
Dopo circa un quarto d'ora nel corso del secondo tempo, raccogliendo una corta respinta di un difensore nel cuore dell'area di rigore del Venezia, il centrocampista del Milan Ambrosini andò a colpire la palla indirizzandola verso l'incrocio dei pali della porta dei lagunari.
Fabrizio Casazza compì un autentico miracolo e con un volo plastico andò a deviare la palla oltre la traversa. Una parata straordinaria.
Pochi minuti dopo sempre Ambrosini, lanciato a rete da un colpo di testa del tedesco Bierhoff, venne atterrato dal difensore del Venezia Pedone proprio al limite dell'area di rigore veneziana.
L'arbitro Ambrosetti, sbagliando, concesse immediatamente il rigore a favore del Milan.
La formazione di Zaccheroni ebbe così sui piedi del brasiliano Leonardo la palla buona per pareggiare le sorti dell'incontro.
Leonardo calciò la palla sulla sua sinistra.
Fabrizio Casazza si tuffo sulla sua destra e deviò in bello stile il tiro di Leonardo riuscendo, in un secondo tempo, anche a bloccare il pallone tuffandosi con agilità un metro in avanti.
Il portiere ligure aveva compiuto un'autentica impresa. Ma la partita non era ancora finita.
Dopo un contropiede di Maniero, che non concretizzò il possibile 2-0 per i lagunari, al  quarto minuto di recupero su un'azione di rimessa del Milan partita da un cross in area da parte di Guglielminpietro e prolungato da Helveg a favore di José Mari, lo spagnolo colpì clamorosamente il palo alla destra di Casazza. Si chiuse così, con la vittoria dei lagunari per 1-0, una partita che la squadra di casa meritò di vincere.
Il Guerin Sportivo quella settimana lì diede a Fabrizio Casazza un bel 7 in pagella.
Le sue parate, in particolare quella sul calcio di rigore di Leonardo, furono determinanti per il successo. Ma sopra ogni cosa, in quella domenica di marzo del 2000, il portiere ligure si dimostrò uno straordinario para rigori e si tolse la soddisfazione di fermare dagli undici metri un Campione del Mondo del calibro di  Leonardo Nascimento de Araùjo.
Il Milan di Zaccheroni  in quella stagione 1999/2000 si scucì dal petto il tricolore che finì poi sulle maglie della Lazio mentre il Venezia retrocesse in Serie B con Torino, Cagliari e Piacenza.





19/03/2000   VENEZIA - MILAN   1-0

martedì 5 gennaio 2016

La finale del Torneo di Calcetto dell'I.T.C. Jean-Monnet di Mariano Comense del 1989/1990



Essere il portiere della  squadra di calcetto della mia classe in quinta superiore al tecnico Jean-Monnet di Mariano Comense mi  donò il grande privilegio di poter ammirare quale spettacolo fosse veder giocare i miei compagni d'avventura.
Era veramente uno spasso vederli giocare dal mio privilegiato punto di vista.
Mi divertivano un sacco i miei compagni di ventura perché giocavano davvero un ottimo calcio. 
In particolare Davide, Damocle e Luigi avevano una marcia in più degli altri e vederli in azione era veramente divertente.
Noi eravamo quelli della  5 A Amministrativo.
Quell'anno scolastico  lì, 1989/1990, fu l'ultimo della nostra carriera da alunni e fu anche l'ultima volta che provammo a vincere il torneo di calcetto riservato alle classi del triennio.
Ciò che mi rammarica, ora che stendo queste righe, è l'aver perso e mai più ritrovato il mio "quaderno di bordo" dove avevo allineate tutte le partite giocate negli anni 1988/1989/1990.
Per quanto l'abbia cercato non l'ho trovato. 
Così  mi mancano alcune date precise e soprattutto i risultati completi delle gare che disputammo.
Per certo nell'anno scolastico 1988/1989 uscimmo ai quarti di finale che giocammo contro un'altra quarta e che perdemmo per 3-1.
Ci prendemmo la rivincita, e con gli interessi, nell'anno scolastico 1989/1990. 
Arrivammo di gran carriera fino alla finale giocando un ottimo calcio.
Io giocai tutte le partite con i mie compagni ed in una occasione fui chiamato a difendere la porta della squadra dei Professori. 
Loro erano gli unici a non avere un portiere fisso. Chiamavano di volta in volta chi giocava in porta con le altre classi. 
Così in una occasione mi cercarono. Ovviamente la cosa mi fece molto piacere.
Mi risultò alquanto strano trovarmi nello stesso spogliatoio con il mio Prof. di matematica Pisaniello: averlo così come compagno di squadra quando di solito lo osservavo, ai tempi con timore,  dal mio banco di scuola. Ricordo poi il Prof. Bambace e il nostro Prof. di Italiano che si chiamava Dasara. Non ricordo con esattezza quale altro Prof.  giocasse come quarto di movimento ma non credo di sbagliare se indico il nome del Prof. De Gennaro.
Per certo arbitrava sempre il mitico Prof. Angelo Bamonte che di quel torneo di calcetto era la mente, l'anima e appunto l'arbitro.
Quella partita che giocai con i Prof si chiuse con un pareggio per uno a uno. Ricordo che passammo in vantaggio e che, poco prima della fine,  gli avversari pareggiarono con un tiro da zero metri che non mi lasciò scampo. Lì non riuscì a compiere miracoli, ma quel pareggio bastò loro per passare il turno e qualificarsi per i quarti di finale. Pisaniello, Bambace e Dasara li avrei incrociati ancora, ma questa volta da avversari, in semifinale.
Con i miei compagni passeggiammo sopra i nostri avversari in fase di qualificazione. 
Passammo poi agevolmente anche il nostro quarto di finale.
Ora fra noi e la finale c’era solo la squadra dei Prof. 
Non che ci facessero paura. Ma io, avendoci giocato insieme, avevo il netto timore che loro godessero comunque di un arbitraggio,  da parte del mitico Bamonte, un po’ troppo “favorevole”.
Noi che ci schieravamo solitamente con la seguente formazione:
      1)      Rho Mauro detto Riccio
2)      Bellotti Davide detto Dadà
3)      Terraneo Alberto detto Ocio
4)      Sironi Damocle detto Tipo
5)      Cappellini Luigi detto Gelli

In panchina pronti all'intervento  vi erano:
-          Citterio Carlo detto Cita o Carletto
-          Amato Tiziano detto Tito
-          Terraneo Fausto detto Zio Faustino
-          Terraneo Marco detto Cello

Come già ho detto all'inizio tra tutti noi della 5 A solo Davide e Damocle giocavano regolarmente  a calcio allenandosi e partecipando a campionati giovanili, mentre Luigi aveva giocato ai tempi delle elementari. Nel calcetto, dove lo spazio di manovra è stretto, la tecnica e la capacità di controllare la palla sono di basilare importanza. Stoppare la palla e tenerla nei piedi senza farla scappare a qualche metro di distanza  e saperla smistare con precisione chirurgica diventano,  nello spazio stretto, armi vincenti. Quei tre facevano la differenza proprio perché avevano un rapporto speciale con la palla e i loro piedi era dorati. Noi altri  compagni di ventura (detto molto realisticamente e senza voler offendere l'amor proprio di alcuno) eravamo  poco più che "Onesti Pedatori", come tanti.
La gara con i Prof la vincemmo, a memoria, senza molta fatica. Non ricordo con certezza il punteggio se non il particolare che noi non subimmo alcuna rete.
Quello che mi ricordo abbastanza bene è il particolare di uno scontro di gioco che ebbi con il Prof. di Italiano. Lui suonava la chitarra e, come si usa tra i chitarristi , teneva le unghie lunghe per poter meglio pizzicare le corde della chitarra. Questo particolare mi restò in mente perché  in quello scontro di gioco lui mi prese per un braccio e due minuti dopo sentendo un leggero prurito mi guardai il braccio e e vidi due graffi lunghi qualche centimetro. Sicuramente lo mandai a quel paese.
Ad ogni modo ce l'avevamo fatta. 
Eravamo in finale.
Gli avversari erano i più temibili del lotto, come è giusto che sia, quando alla fine del cammino restano solo i migliori: erano quelli della 5 / E Linguistico.
Quei ragazzi giocavano così: in porta un pezzo di marcantonio di nome Citterio Fabrizio, cugino del nostro Carletto, portiere tanto forte che giocò nella prima squadra a Mariano quindi  davanti a lui Davide Fumagalli, pure lui ex Mariano (giocò anche a Cabiate), poi c'era il mio concittadino cabiatese Raffaele Agostoni (per tutti, da sempre, solo e semplicemente Raffa). Gli altri due elementi del quintetto base parevano, senza voler mancar loro di rispetto, del tutto superflui.
I tre, quei tre citati all'inizio, bastavano e avanzavano pure. Comunque per la cronaca gli altri due erano tali Fortunato detto Fofò e tale Manti.
Il mio concittadino Raffa Agostoni era un signor atleta. Fisicamente faceva paura. Tifoso interista da sempre aveva, all'epoca,  nel tedesco Karl-Heinz Rumenigge  il suo idolo incontrastato. E il suo stile di gioco ricalcava essenzialmente quello del calciatore tedesco.
Raffa lo conoscevo proprio bene  perché nel nostro "Stadio Dei Sogni", cioè il campo di pattinaggio adibito a calcetto, all'oratorio qui a Cabiate giocammo contro o insieme millanta e più partite molto prima di quel giorno di maggio 1990 in cui si disputò la finalissima. Lui era un calciatore di quelli che appena vedeva uno spiraglio di porta, anche a distanze proibitive, non ci pensava due volte e calciava a rete con tutta la forza di cui era capace . Non era un venezia, nel senso letterale del termine, non era un innamorato della palla  ma quando l'aveva tra i piedi nove volte su dieci calciava in porta. Lo sapevo, lo conoscevo bene.
Il giorno esatto della finale, purtroppo, non lo ricordo. Sicuro era nella seconda metà di maggio.
Quel giorno lì ci presentammo all'appuntamento privi del nostro "battitore libero": infatti  il mitico Alberto (mi sembra di ricordare per un problema ad un occhio) non fu della partita.
Io perdevo il "mio Franco Baresi". Perdevo cioè quel giocatore che,  davanti a me, faceva scudo con la sua elevata statura sulle palle alte.
La riunione di spogliatoio decretò che a sostituire Alberto sarebbe toccato allo "Zio" Fausto.
Quindi la nostra linea difensiva in quella partita finale cambiò.
Sapevamo che l'impresa sarebbe stata dura e quel contrattempo non facilitò certamente le cose.
A vedere la gara finale c'erano poche persone: qualche ragazzo delle altre classi e da Cabiate venne a vedermi il mio fraterno amico Bond, un fratello nel vero senso della parola: con lui avevo già condiviso in passato e avrei poi condiviso in futuro parecchie cose della mia gioventù, come  la passione per la stessa ragazza, un piccolo ribaltamento in macchina ai tempi del nostro ventesimo anniversario e altre vicende nel cammino della vita. Quel pomeriggio di maggio era lì anziché al lavoro perché di lì a due giorni sarebbe partito per il servizio militare. Più in là nel corso della partita arrivò a vederci giocare anche la nostra compagna Margherita che si era fermata a scuola per le prove per la festa di fine anno dove lei suonava la chitarra.
Pronti via si partì e dopo nemmeno il giro di un minuto il nostro nuovo assetto difensivo andò a farsi benedire. Il buon Manti (che era stato battezzato come uno dei meno pericolosi del lotto avversario) alla prima palla che gli arrivò senza nemmeno fermarsi a pensare mi recapitò un missile terra-aria che se chiudo gli occhi ancora ricordo come fosse ora, si infilò alla mia destra a fil di palo, senza lasciarmi scampo.
Posso per certo immaginare la sfilza di improperi che mi uscirono di bocca. 
Stare a guardia della "porteria"  e prendere gol dopo meno di un minuto è qualcosa di straziante.
Tuttavia riuscimmo a riprenderci da quello "schiaffo" iniziale e ci portammo in avanti con buona determinazione verso la porta dei nostri avversari.
Quando mancavano una manciata di minuti alla fine del primo tempo ci fu un'azione confusa davanti alla porta di Citterio. Tanto confusa che io dalla mia porta non vidi pressoché nulla ma quello che più contò fu che il nostro "Zio" Faustino non si sa ancora bene come riuscì a spingere dentro la palla dell'1-1. Se Dio in quel momento esisteva per me non poteva che avere la faccia dello "Zio".
Come finì dentro quella palla è ancora oggi un mistero: qualche leggenda vuole che la buttò dentro con la  coscia, qualche altra racconta che fu con la pancia e l'ultima   volle che la butto dentro buttandosi dentro lui stesso nella porta. Boh !
Quello che è un dato di fatto è che lì pareggiammo le sorti dell'incontro e lì finì il primo tempo.
Fondamentalmente eravamo ancora in partita. Ce la potevamo ancora giocare.
Partì il secondo tempo.
Passarono forse cinque minuti, forse meno, il mio concittadino Raffa prese la palla e superò di un metro, forse due, la metà campo. Premetto che sulla mia patente di guida era riportata la dicitura "Guida con lenti". Soffrivo già di lieve miopia e leggere astigmatismo. A vedere lontano facevo un po' fatica. Poi per il resto avevo la giusta agilità e la giusta dose di coraggio e pazzia per stare a fare il portiere.
Il problema, nel caso,  fu proprio in  quel mentre che il buon Raffa mirò alla mia porta.
Da così lontano io avrei anche potuto ben immaginare che lui avrebbe tirato. E infatti lui lasciò partire il suo missile. Non lo vidi neanche partire, mi buttai con colpevole ritardo e vidi  la palla che era già alle mie spalle. Tirai qualche bestemmia di fuoco. Eravamo sotto di nuovo.
Da lì non saremmo più tornati indietro. Anzi, poco dopo loro segnarono il 3-1 e poi il 4-1. Uno dei due gol, non ricordo se il terzo o il quarto me lo segnò ancora Raffa.
Ufficialmente avevamo perso.
Per quanto siano passati anni, tanti, la revisione storica mi impose da subito di riconoscere che una gran parte della colpa era la mia. Quel gol del 2-1 che presi colpevolmente da distanza siderale ci spezzò le gambe. Loro erano sicuramente atleticamente più possenti, più forti. Penso sempre al mio buon Raffa e considero ora come allora che avrebbe potuto essere la custodia del nostro Damocle.
Ciò non toglie che il nostro gioco fosse il più bello da vedere. Il più arioso. Il più fantasioso.
I nostri "piccolini" Damocle e Luigi erano come dei folletti del calcio, belli da vedere, veloci, decisivi. Come danzatori leggiadri i nostri si infilavano nelle difese avversarie e facevano sfaceli.
Tuttavia, quel giorno lì, si inceppò tutto il nostro sistema e certo anche la caratura degli avversari contribuì alla nostra debacle.
Mi faccio male e penso ora, come pensai allora, che a portieri invertiti forse la storia sarebbe stata diversa.
Ad ogni modo ricordo che alla fine della partita mi tolsi la maglia me la legai al collo come fosse un cappio e presi a testa bassa la via dello spogliatoio.
Non accennai a nessun saluto.
Non ringraziai neppure la nostra Margherita, unica sostenitrice, che era arrivata a vederci tra il primo e il secondo tempo. Ancora peggio mi comportai il giorno dopo quando commisi un terribile errore del quale ancora adesso, venticinque anni dopo, mi rammarico.
Appena entrai in classe al primo incrocio con lei le dissi che, essendo arrivata che stavamo pari ed essendo finita poi in goleada a favore dei nostri avversari, ci aveva praticamente portato un po' sfiga.
Considerato la straordinaria persona che era, lei non si sarebbe mai meritata di sentirsi dire una cosa del genere. Avevamo sin lì avuto sempre un ottimo rapporto. Ricordo un giorno a  Vienna, durante la gita di quinta nel marzo 1990, che qualcuno la bagnò con un gavettone e io le passai il mio maglione per coprirsi. Non essendo un gran fusto la sera del giorno dopo avevo 39 di febbre e restai in albergo moribondo con lei che mi fece da crocerossina.
Ora non mi riconosco in quell'essere lì che faceva di una sconfitta sportiva un motivo per offendere gratuitamente. E questa cosa qua me la porto dietro come una sorta di fallimento "umano". Perché poi di questo si parla, dato che la partita fu una sconfitta ma quella cosa qua fu un fallimento.
A proposito di ciò mi rammento una frase dello scrittore americano William S, Burroughs:


"Un uomo può fallire molte volte,
ma non diventa un fallimento finché
non comincia a dare la colpa a qualcun altro."

Ecco. 
Finalmente dopo tanti anni che avevo in mente di scriverla, questa storia l'ho scritta. 
Magari qualcuno dei miei vecchi compagni che legge avrà qualche ricordo in più, o qualche rettifica, qualche precisazione o qualche altro pensiero. Dicono che lo stesso gol possa essere raccontato in tanti modi diversi quanti sono gli spettatori che vi abbiano assistito.
Quindi, se così fosse vi invito a scrivermi, senza indugi.
Non sono depositario che della mia memoria.
E quando mi dicono che vivo troppo dei miei ricordi penso che sia vero. E' certamente così. 
Magari mi addormento la sera e mi viene in mente un volto, un nome. una storia.
Sono in ogni momento del mio tempo come un grande puzzle fatto da una infinitesima minuscola parte di tutte le persone che ho conosciuto, di tutte le cose che ho visto, letto, ascoltato.
Sono  prendendo a prestito un titolo di Pirandello "Uno, Nessuno e centomila".













   








domenica 3 gennaio 2016

L'estate 1986, quella dei miei 15 anni. Quella di Maradona e Pfaff. Quella del Mondiale del Messico.


Un giorno, immagino, la spazio dei ricordi comincerà ad essere troppo stretto e qualcosa andrà perso.
Ci sono persone ed immagini che passano mentre alcune restano ferme, indelebili,  oggi come fosse ieri.
Quel giorno che dovrò selezionare sarà un problema. Come dimenticare l'estate di Spagna 1982, o ancora quella del mondiale 2006 o del mitico Milan di Sacchi negli anni tra il 1988 e il 1990.
Eppure, ad un certo punto, se nello zaino della mente restasse posto per un ricordo solo del mio tempo con il calcio non avrei il men che minimo dubbio. 
Porterei con me quei ricordi del mondiale messicano del 1986: il mondiale dell'estate dei miei 15 anni. Un'estate splendida.
Arrivai ai primi di giugno con il patema d'animo.
Al primo anno all'Istituto Tecnico Jean Monnet di Mariano Comense rischiavo seriamente la bocciatura.
Ero arrivato nella nuova scuola proveniente  dalle medie con una preparazione di base appena sufficiente ma soprattutto con una scarsa determinazione. Lavorai durante quell'anno scolastico 1985/1986 al 25% scarso delle mie possibilità. Non essendo mai stato un particolare genio la mancanza di risultati era tutta da attribuire ad un approccio completamente sbagliato con la nuova realtà di studio.
Il mio diario di quell'anno racconta, ancora oggi, molto degli errori di sottovalutazione che commisi.


Anziché dedicarmi allo studio mi riempivo la testa con il mio amato calcio.
E così, mentre in Messico la grande kermesse del calcio mondiale era appena iniziata,  uscirono i risultati degli scrutini. Fu un gran sollievo non trovarmi bocciato. E così accettai di buon grado quel rinvio agli esami di riparazione con tre materie a settembre: tutte e tre con un quattro tondo.
Avrei passato l'estate 1986 a riparare le mie mancanze in matematica, tedesco e stenografia.
Del mondiale messicano mi interessavano in maniera viscerale due cose: prima vedere all'opera il mio idolo, il portiere belga Jean-Marie Pfaff e  seconda vedere l'Italia approdare in finale.
Per un ideale ponte di collegamento  con la vita reale il calcio e la scuola si mischiarono per tutta quell'estate. Quindi la nazionale italiana debuttò destando qualche perplessità e pareggiando per 1-1 contro la Bulgaria mentre il mio belga partì male perdendo per 2-1 contro il Messico e finendo finanche dietro la lavagna come uno dei peggiori tra i Diavoli Rossi in quel match.
Si iniziava bene.
L'Italia avrebbe pareggiato anche con l'Argentina del dio Maradona salvo vincere  e qualificarsi agli ottavi di finale piegando (in una non certo eroica impresa) la Corea del Sud per 3-2.
Pfaff e il suo Belgio ebbero la meglio (a fatica) con l'Iraq per 2-1 e pareggiarono 2-2 con il Paraguay e arrivarono così agli ottavi di finale a fatica. 
Il "Guerin Sportivo" non fu tenero con il mio Jean-Marie che, dopo le prime tre gare eliminatorie, venne messo a difesa dei pali della squadra delle delusioni mondiali con un titolo a lui dedicato "Ho fatto Pfaff" ironizzando in maniera "onomatopeica" con il suo cognome.
La storia poi sarebbe stata riscritta e, alla fine del torneo, proprio lui fu eletto miglior portiere del mondiale.


Ma andiamo con ordine.
Tra me e le gare degli ottavi di finale,  che iniziarono il 15 giugno, i miei genitori stilarono il programma per il mio recupero scolastico.
In Messico le gare si giocavano alle 20.00  e alle 24.00 ora italiana. 
Cosicché, per spuntare il consenso dei miei sulla visione delle gare in notturna (il Belgio giocò sempre alle 24.00 sia ottavi, che quarti che semifinale) mi toccò promettere un impegno al 110% durante le ore di ripetizione per portare a casa la promozione a settembre.
Così venne varato il programma: per stenografia le ripetizione me le dava mia madre che aveva fatto da giovane le scuole commerciali. Per matematica i miei trovarono una ragazza che insegnava proprio quella materia a poche centinaia di metri da casa nostra. Mentre per tedesco fui affidato ad una ragazza, figlia di amici di famiglia, che studiava lingue ed era molto preparata.
Così, partito il piano recupero, mi trovai subito di fronte ad una nottata interminabile quando, il 15 giugno 1986 il mio Pfaff giocò contro i russi per la gara di ottavi di finale. Fu una sofferenza ma, alla fine, facendo le 2 del mattino  alzai le braccia al cielo. Il Belgio si impose per 4-3.
Solo due giorni dopo, il 17 giugno, l'Italia di Bearzot mi regalò una bella delusione perdendo il suo ottavo di finale contro i più forti francesi capitanati da Michel Platini.
Tornando alla scuola le ripetizioni che mi pesavano di più erano quelle di matematica. La mia insegnante, Laura, era una persona molto seria, molto preparata. Ma mi metteva in soggezione. Parlava poco, il minimo indispensabile, e sorrideva anche meno. Così  ogni volta che partivo a piedi da casa per andare da lei lo facevo con malavoglia, senza alcuna gioia.
Alle ripetizioni di tedesco, invece, andavo in bicicletta, e quasi sempre di corsa. E ci andavo volentieri e, se possibile, di più. Michela, che aveva tre-quattro anni più di me, era una ragazza meravigliosa. Bella come il sole ma anche bella come anima. Mi piaceva un sacco andare da lei. E mi impegnavo al massimo per imparare bene ogni cosa e fare la migliore figura possibile. 
Terminate le  ore di ripetizione le chiedevo sempre qualche piccolo aiuto per tradurre gli articoli di calcio della Bild e della AbendZeitung. Quando riprendevo la bici per tornare a casa, con la mente, volavo sempre un metro sopra la strada. 
Con mia mamma la stenografia era una noia ma, devo dire, mi seguiva con passione e mi fece recuperare il tutto in breve tempo.
Con il calcio eravamo rimasti che, con l'Italia eliminata,  il mio "interesse mondiale" restava legato al destino del Belgio.
Nella notte del  22 giugno fui testimone di un altro miracolo. A Puebla, nella sfida dei quarti di finale tra  il Belgio e la Spagna si andò  ai calci di rigore dopo l'1-1 dei tempi regolamentari. E anche quella notte lì andai a letto ben oltre le 2 del mattino ma con la gioia immensa di aver visto il mio Pfaff fermare il rigore decisivo allo spagnolo Eloy consegnando così al Belgio intero il miracolo di una semifinale mondiale.
La sorte mise di fronte a Pfaff,  miglior portiere del mondiale, il miglior giocatore del mondo: l'argentino Diego Armando Maradona.
La partita, nella notte del 25 giugno, fu senza storia. E seppure il Belgio riuscì a resistere per tutto il primo tempo (che si chiuse 0-0) nella ripresa una doppia prodezza di Maradona mise la parola fine al miracolo belga.
Anche nella finale  per il terzo e quarto posto, che si disputò il 28 giugno, il Belgio venne sconfitto. La Francia si guadagno la medaglia di bronzo vincendo quella gara per 4 reti a 2  maturato però solo dopo i tempi supplementari.
Il 29 giugno nello splendore del cielo azzurro di Città del Messico e nel prato verdissimo dello stadio Azteca si chiuse il mondiale dei miei 15 anni. Maradona e la sua Argentina vinsero un mondiale che avevano dominato dall'inizio alla fine.
Ancora oggi, quando osservo le mille foto che girano nei vari forum su internet riesco a distinguere senza il minimo errore le immagini di quel mondiale lì. Le foto del cielo azzurro, del sole giallo e dei prati verdi come mai prima avevo visto.
Finito il mondiale si intensificò il mio lavoro di recupero.
E devo sempre dire grazie alla costanza di mia madre e alla pazienza di Laura e Michela se, nei primi giorni di settembre, mi riuscì di presentarmi all'appuntamento con gli esami di riparazione preparato in maniera più che eccellente.
In quell'estate dei miei 15 anni imparai anche una bella lezione di vita: valutai che il sacrificio dei miei genitori, che pagarono tutte quelle ore di ripetizione, meritava il mio massimo sforzo. 
E arrivai all'appuntamento di settembre convinto e preparato al 110% .
Gli anni successivi, al Jean-Monnet scorsero via più lisci, perché avevo imparato la lezione più grande: cioè che bisogna sempre dare tutto quello che si ha dentro se si vuole avere dei risultati: nella scuola come nella vita o nello sport.
Fui sorpreso, una decina di anni fa, quando durante una funzione religiosa per il battesimo di un figlio di un caro amico tra tante persone rividi e salutai dopo tanti anni la mia amica Michela che fu determinante per il mio esame di tedesco in quell'estate del  1986. 
Quella che riconobbi subito, tra le tante persone che c'erano quel pomeriggio,  era diventata (come peraltro era facilmente immaginabile) una splendida donna che aveva un ottimo lavoro come hostess di volo presso una compagnia aerea svizzera. 
Fu una grande gioia ritrovarla dopo così tanti anni, come è una gioia ricordarla anche ora, trent'anni dopo quegli eventi: perché è bello ricordarsi sempre con riconoscenza delle persone che nella vita hanno avuto la pazienza e la costanza di aiutarci a crescere.
Per il Natale di quell'anno 1986 i miei genitori mi regalarono lo splendido libro "IL MIO MONDO - DIARIO DI MEXICO 1986" scritto dal giornalista Italo Cucci con le splendide fotografie degli inviati del Guerin Sportivo tra cui ricordo Salvatore Giglio e Guido Zucchi.


A distanza di trent'anni, dopo averlo consumato con gli occhi lungo il cammino,  quel libro lo conservo ancora qui a pochi metri da me, perché ogni tanto, quando me ne viene la voglia ne riapro le pagine e, come se fosse un libro magico, lui mi porta via con la mente e mi riporta indietro a quell'estate del  1986 ... un'estate lontana ormai trent'anni ...
L'estate memorabile che consacrò un dio del calcio argentino, un portiere coi riccioli biondi belga ma soprattutto consentì ad un ragazzo quindicenne qualunque di proseguire un percorso di studi insegnandogli, una lezione via l'altra, l'atteggiamento giusto per affrontare con più maturità le vicende della vita.
Que Viva Mexico '86!!! Siempre !!!!









(Hero part 1 e 2 - Il film Ufficiale di Mexico 1986)















sabato 2 gennaio 2016

Patrick "Packie" Bonner eroe dell'Eire a Italia 1990.


Una autentica leggenda del Calcio irlandese.
Il portiere Patrick Bonner, detto "Packie", è stato per 80 volte guardiano della porta della nazionale dell'Eire.
E' stato portiere del Celtic di Glasgow per oltre diciassette anni. In totale, nella sua carriera agonistica, Bonner ha collezionato bem 642 partite.
Il momento di massimo splendore sportivo, quello nel quale il nostro entrò nella Leggenda, fu il mondiale di calcio che si disputò in Italia nel 1990.
In quel mondiale, dopo tre pareggi nelle prime tre gare eliminatorie contro Inghilterra e Olanda (sempre per 1-1) ed Egitto (0-0), l'Eire si qualificò per gli ottavi di finale dove era attesa dalla Romania.
La gara si disputò allo stadio Luigi Ferraris  Genova il 25/06/1990.
In quella gara le due formazioni si annullarono a vicenda e dopo che tempi regolamentari e tempi supplementari si chiusero a reti bianche si andò alla lotteria dei calci di rigore per stabilire chi avrebbe superato il turno e avrebbe così giocato il quarto di finale contro l'Italia padrona di casa.
Partirono a calciare i rumeni con Hagi, che realizzò il suo rigore, così come fecero in sequenza  anche Sheedy, Lupu, Houghton, Rotariu, Townsend, Lupescu e Cascarino. 
Con il risultato sul 4-4 andò sul dischetto del rigore il rumeno Timofte.
Il calciatore rumeno calciò sulla sua sinistra ma Bonner intuì il tiro e con uno splendido tuffo andò a deviare il pallone.
Il rigore decisivo era nei piedi di David  O'Leary che realizzò la rete del successo spiazzando il portiere rumeno Lung con un tiro preciso.
Grazie alla prodezza di "Packie" Bonner l'Eire, per la prima volta nella sua storia, approdò ai quarti di finale della competizione mondiale.
Contro la nostra Italia di Azeglio Vicini e Salvatore Schillaci finì il cammino dell'Eire che subì una sconfitta per 1 rete a 0 proprio con una rete dell'attaccante siciliano.
Ciò nonostante quel mondiale e quella parata sul rigore di Timofte consacrarono "Packie" Bonner nell'Olimpo del Calcio Mondiale.





(25/06/1990  Eire - Romania 5 - 4 dcr)