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lunedì 14 settembre 2026

IN MEMORIA DI LUDEK MIKLOSKO

 



E così, in questo lunedì 14 settembre dell'anno 2026, se n'è andato un altro dei miei Eroi Originali.
Si è spento oggi, all'età di 64 anni l'ex portiere cecoslovacco Ludek Miklosko.
Uno dei miei Originali.
Uno dei miei Eroi Alati da quel piovoso pomeriggio di novembre del 1982 nel corso del quale la nazionale italiana (fresca di titolo mondiale) giocò contro la Cecoslovacchia in una gara valida per le qualificazioni alla fase finale del Campionato Europeo del 1984.
Quel pomeriggio, nel fango di San Siro, nacque per me il mito del portiere Miklosko.
Senza un particolare motivo, quell'atletico numero 1 della Cecoslovacchia, mi risultò subito simpatico  e fu uno dei  portieri esteri che inizia a seguire.
Con il Banik Ostrava vinse campionati e coppe ma fu il passaggio in Inghilterra, nel 1990, a difendere i pali del West Ham che gli spalancò la porta dell'Olimpo facendolo diventare nel giro di breve un idolo assoluto della tifoseria degli "Hammers".
Di lui, mi rendo conto ora, non ho scritto prima, con mea massima culpa.
E' sempre stato, fin dal primo giorni di esistenza di questa pagina, sul wallet dei più grandi che fa da copertina al Blog.
Un giorno triste per tutti noi amanti degli "Eroi Alati" ...
Volle la sorte che, a sostituirlo tra i pali del Banik all'epoca della sua partenza per l'Inghilterra un altro grande Eroe Alato, pure lui dipartito prematuramente da questo mondo: Pavel Srnicek.
Passerà il tempo, io non dimenticherò mai.



(Il tributo del West Ham a Miklosko)









domenica 13 settembre 2026

DAL VANGELO (DEL CALCIO) SECONDO MARCO

 


(AC LEDRENSE - UNDER 15 - Foto tratta dalla pagina Facebook della Società)


"Secondo Nikos Kazantzakis gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata: poi, a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti, incoraggiandoli a fabbricarsi da soli ponti nuovi."
(Leo Buscaglia)


Questa storia, di sincera e profonda amicizia,  ha avuto inizio un giorno dei primi di agosto di dieci anni fa esatti sotto un capanno in quel della Valle di Ledro.
Ed è  sotto quel capanno che ho conosciuto l'amico Marco Callea ed è proprio lì sotto che è iniziato questo viaggio che il mio amico mi ha aiutato a compiere nel mondo di un Calcio che, per me,  non è più stato lo stesso dopo che l'ho visto attraverso i suoi insegnamenti, le sue intuizioni, le sue esperienze maturate nell'ambito del Calcio professionistico.
Ho preso a prestito la frase che apre questo post da uno dei miei più grandi e stimati Maestri di Vita, Leo Buscaglia,  perché  riflette in maniera totale la caratteristica principale di questo mio amico: Marco è uno straordinario comunicatore, e qui non parlo più solo di Calcio, bensì di vita, pratica, nella sua elementare essenza: è un costruttore di ponti, un tessitore di relazioni umane, uno straordinario esemplare di Maestro.
E' un pozzo di conoscenza, di esperienza, ed andare a colloquio con lui è sempre intrigante,  e straordinariamente stimolante, perché contribuisce ad allargare l'orizzonte di vita che ci si offre intorno.
In questi dieci anni sono cambiate molte cose, siamo cambiati noi, sono cambiati i nostri orizzonti, ma quando ci ritroviamo annualmente, lì in Valle, davanti ad una bella birra, abbiamo da discutere e ragionare per ore come in quei primi incontri al capanno.
Marco, la sua visione di Calcio, l'ha portata in dote agli amici della Valle di Ledro e, nella società sportiva della AC Ledrense,  ne hanno subito intuito la profonda conoscenza della materia ma, prima ancora, ne hanno conosciuto lo straordinario spessore umano.
Quando l'avventura è iniziata, nella scorsa stagione sportiva 2025/2026, io già ne ero certo che sarebbe andata bene. 
Perché questo ragazzo è un Bravo Maestro. 
Un Maestro che fa crescere un gruppo di giovani ragazzi partendo dalle regole basilari di vita, prima ancora che dai fondamentali del Calcio.
Perché il gruppo cresce se c'è rispetto delle regole di vita prima che delle regole del gioco.
Nel mio soggiorno ledrense dello scorso agosto ho potuto sentire forte il legame che già si è creato tra i ragazzi e Marco dopo appena un anno di lavoro insieme: come detto non avevo alcun dubbio che il suo "savoir faire" avrebbe contribuito a creare un gruppo coeso che, nel tempo è cresciuto nello spessore umano e nel tasso agonistico.
Proprio ieri mi è arrivata la foto che sopra apre il post.
E' partita la nuova avventura della stagione 2026-2027 e già il roboante tabellino racconta di un'avventura partita bene




Ma so anche bene che il mio amico Marco nella sua bisaccia d'esperienza avrà sempre caro quel famoso detto del grande Gianni Brera che narra:

"Ormai ho imparato abbastanza sugli uomini per sapere che nella gran parte nascono incendiari e muoiono pompieri."

per cui già lo vedo e lo sento predicare ai suoi ragazzi impegno e concentrazione negli allenamenti settimanali per arrivare al prossimo incontro con la giusta carica e preparazione,  perché avere vinto 5 a 0 oggi, domani sarà solo un bel ricordo e dopodomani sarà dimenticato.
Un filosofia, la sua, che è quella propria  di un grande motivatore, che guarda già al prossimo obbiettivo, che non è per forza conseguire  la vittoria,  quanto contribuire a far crescere il tasso agonistico dei suoi ragazzi per farli giocare un bel Calcio.
Per chiudere, contando il numero di libri (non di Calcio) che il mio Marco mi ha suggerito in questi  dieci anni,  ho messo assieme una bella biblioteca per raggiungere, fondamentalmente, un solo obbiettivo:  pensare con quello che si chiama "il potere del cervello quantico" che serve nella vita come serve nel calcio.
Il Calcio, credetemi, diventa un'altra cosa se letta dal Vangelo Secondo Marco.
Un Maestro.
Un mio Amico.



















 





sabato 1 agosto 2026

IL POSTER DI FRANCO BARESI

 




Un pomeriggio dell'estate 1987 accompagnai mio zio Nando di Milano (a cui io e mio fratello dobbiamo la nostra fede rossonera)  in una liberia che lui stava arredando.
Non una libreria qualsiasi. 
La libreria MAURO (nomen omen), storico grossista di libri in quel di Milano.
Me lo ricordo come fosse ora.
Pensavo di entrare in una libreria qualsiasi invece entrai in uno spazio infinito, un magazzino gigantesco con migliaia di libri ancora imballati come giganti su pallet di legno che si spostavano in continuazione.
Un porto di libri.
Mi disse mio zio che mi avrebbe fatto un regalo.
Dovevo solo scegliere.
Scovato il reparto sportivo c'era solo l'imbarazzo di scegliere, in poco tempo, un libro.
Scorrendo gli scaffali ad un certo punto mi fermai.
Ad attirare la mia attenzione una pila di quelli che pensavo fossero libri, incellofanati, dei quali si intravedevano le strisce rosso e nere della maglia del Milan.
Ne presi uno e restai di stucco.
Non era un libro.
Era un poster a grandezza naturale ripiegato in formato A4 del nostro Capitano: Franco Baresi in maglia rossonera firmata "Robe di Kappa" con lo sponsor "Fotorex U-Bix" della stagione 1986-1987.
Spesso come un libro, quello fu il regalo che mi portai a casa dalla gita alla libreria MAURO.
Arrivai a casa ma subito si palesò il problema di dove appenderlo.
Troppo grande per la cameretta dove tra letti, mobili e scrivania non c'era spazio.
Con mio fratello si decise di appenderlo nella bottega di papà.
La porta che conduceva dal laboratorio al garage, sembrava fatta apposta. 
Misura precisa e, da quell'allora del 1987 sino ai giorni nostri, quel poster è sempre  lì: è Franco Baresi prima che l'era d'Oro del Milan sbocciasse nei millanta trofei dell'era Berlusconi.
Era già tutto dentro quelle pagine A4 ripiegate che, spiegate, diventavano Leggenda.
E la Leggenda resterà sempre lì ferma, eterna, in quel poster.
Come Eterno resterà il nostro Capitano.










domenica 19 luglio 2026

OSVALDO ... DEI MIRACOLI

 



Accadde nel maggio 1985, quello  dei miei 14 anni, e fu un evento indimenticabile per qualsiasi amante dello Sport e del Calcio in particolare.
Contro ogni possibile pronostico, in quel maggio magico, Davide sconfisse molteplici Golia e si laureò Campione d'Italia.
Davide era il Verona di Mister Osvaldo Bagnoli mentre i molteplici Golia erano la Juve di Trapattoni e Platini, l'Inter di  Castagner e Rummenigge, il Toro di Radice e Junior, il Milan del Barone Liedholm e Hateley, la Sampdoria di Bersellini e Mancini.
Fu il primo campionato, quello del 1984/1985, che seguii per intero dalle pagine del Guerino, direttore Adalberto Bortolotti che poi, proprio nel giugno di quel 1985 lasciò il posto al rientrate Italo Cucci che mi avrebbe accompagnato nella Magica e inarrivabile stagione di Mexico '86.
Tornando al presente di quel maggio di 41 anni fa serve rimarcare l'impresa straordinaria degli scaligeri che, guidati dall'uomo della Bovisa, Osvaldo Bagnoli, vinsero il campionato raccogliendo 43 punti in 30 partite davanti al Toro che chiuse con 39 punti.
Gran parte del  merito di quell'autentico miracolo sportivo fu fin da subito, e fuori da ogni dubbio,  attribuito al Mister della Bovisa.
Uomo silenzioso, un "non personaggio" che con la sua dose di semplice umanità entrò nel cuore di tutti quanti amavano quel Calcio lì, del Bel Tempo Che Fu.
La foto sopra, tratta dallo speciale che Maurizio Mosca dedicò all'impresa del Verona in un numero  delle "Stelle" del suo mensile SUPERGOL già allora lo "strillava" chiaramente: un miracolo.




Il Guerino, invece  strizzò l'occhio allo Scudetto scaligero mettendo in copertina una madrina d'eccezione, la veronese Maria Teresa Ruta.




In questa settimana di metà luglio del 2026 il Mago della Bovisa è venuto a mancare ed ho letto molteplici attestati di stima che, prima ancora di citare l'Allenatore, ricordavano l'Uomo, e il suo modo di intendere l'incrocio tra le cose della vita e le cose del pallone.

A 14 anni, credetemi, non esiste persona migliore al mondo di quella che ti può dimostrare, coi fatti,  che un Davide qualunque, possa veramente battere il Golia di turno, che non serve essere "baroni" o "speciali", che a volte basta un'armata brancaleone guidata da una persona normale, per bene, che lavora bene  e crede nel valore del  suo lavoro.

Poi è vero che fu un incrocio di astri stellari a portare il Nanu Galderisi  a segnare 11 reti e il danese Elkjaer a segnarne 8 una in meno del panzer Brigel che timbrò il cartellino ben 9 volte ma il caso è lì ad aiutare solo gli audaci e, in quel 1984/1985 gli scaligeri lo furono senza dubbio.

Un altro miracolo Osvaldo lo consegnò allo storia del Calcio italiano  quando, nella notte del 18  marzo 1992, alla guida del  Genoa sconfisse il Liverpool nella sua tana di Anfield, prima squadra italiana a riuscire nell'impresa fino a quel momento lì.

Immagino ora che, arrivato alla soglia della porta del Paradiso, il Mago della Bovisa sarà certamente stato accolto a braccia aperte da due straordinari compagni di quel bel tempo che fu:  cioè  dal suo portiere di quello straordinario Scudetto del 1985, il buon Claudio Garella (in Arte Garellik) scomparso nell'agosto del 2022 e dal suo capitano di quel  grifone capace di espugnare Anfield, cioè Gianluca Signorini.

Saluto così questo Signore di un Altro Tempo, di un altro Calcio,  che mi ha regalato emozioni forti e buone, lasciando grandi ricordi e un senso di  "giustizia sportiva" che oggi non esiste più, prima logorata e poi travolta dal "prodotto sportivo" che ancora ci ostiniamo a  chiamare calcio.



 











domenica 31 maggio 2026

IL SOGNO DEL "MEXICO" OGGI ... NEL PRESENTE DI 40 ANNI FA

 


Oggi, sabato 31 maggio 1986, la messa prefestiva delle 19 corre via veloce, più veloce del solito e il sole caldo che entra dalle alte finestre della chiesa già parla di un inizio di estate prossimo ad arrivare.

E' poco meno di un'ora il tempo effettivo che divide la fine della funzione religiosa  dall'inizio del tanto atteso  match inaugurale della tredicesima edizione della Coppa del Mondo di Calcio.

Sono arrivato al punto di inizio più preparato che mai.

I portieri di tutte le 24 finaliste sono, dal primo al terzo, fissati nella mia memoria: ora e sempre.

E' l'Italia  di Enzo Bearzot, Campione del Mondo in carica, come da tradizione, ad aprire il mondiale messicano.

Siamo (solo) noi.

Di fronte abbiamo un avversario non certo impossibile: la Bulgaria  è, sulla carta, un contendente più che abbordabile.

Siamo i Campioni del Mondo in carica.

E infatti passiamo sul finire del primo tempo con un gol del bomber dell'Inter, "Spillo" Altobelli dopo aver avuto in controllo il gioco sin dall'inzio.

Partita che resta così, in "ghiaccio", fino a 5 minuti dalla fine.

Fino a quel punto il nostro portiere Giovanni Galli è restato spettatore non pagante limitandosi ad interventi di ordinaria amministrazione.

A svegliarci dal quel sogno "mondiale" di una notte di fine maggio è il testone del difensore bulgaro Sirakov che svettando tra i nostri Bagni e De Napoli indirizza un pallone infido sul palo più lontano e, nonostante il buon volo del nostro Galli, la palla finisce in rete per l'1 a 1 che sarà il risultato finale.

Si intuisce già che non sarà un Mondiale facile per noi azzurri.

Nel presente di 40 anni fa iniziava così il mio  "Mondiale dei Sogni", che alla vigilia speravo tinti di Azzurro, mentre alla fine di quell'azzurro restarono impressi nei miei occhi, di quindicenne, i cieli del Messico, senza le nuvole, la Mano De Dios di Maradona e il portiere del Belgio Jean-Marie Pfaff.

Dei "miei" portieri, di quel Mondiale, proprio lo scorso 31 marzo di questo anno 2026 se n'è andato il portiere di quella Bulgaria che affrontò l'Italia, Borislav Mihajlov,  preceduto dagli azzurri Scirea e Vialli, e se n'è andato anche El Diez ... ognuno lasciando, tra il presente oggi e quello di 40 anni fa, ricordi ed epiche gesta del bel tempo che fu. 

E sempre ricordo che, dal mio punto di vista, non sono loro che se ne sono andati, ma è  solo il Tempo che è passato.

Que Viva México. Siempre !!! 


(La battuta a rete di Altobelli per il vantaggio dell'Italia)


giovedì 14 maggio 2026

BORDALÁS E LA RIVINCITA DEL "RISULTATISMO"

 



di Luis Stefanoiu


9 maggio 2026 – C’è un’aria strana al Coliseum Alfonso Pérez. Nonostante la classifica sorrida e l’Europa sia a portata di mano, il clima non è quello delle grandi feste. Si respira piuttosto il sapore metallico della fine di un’epoca. Le indiscrezioni che filtrano da Madrid in queste ore sono ormai quasi certezze: José Bordalás lascerà il Getafe a fine stagione.

Non è un addio qualsiasi. È la fine del "Bordalismo", una filosofia che per anni ha diviso la Spagna tra chi la considerava un crimine contro l’estetica e chi, invece, un capolavoro di ingegneria della resistenza.

Il soffitto di cristallo

Il motivo della rottura è il più antico del mondo: l'ambizione che sbatte contro la realtà. Bordalás ha portato questo Getafe al settimo posto, lottando spalla a spalla con colossi come l'Athletic Bilbao e il Real Betis. Ma per fare l'ultimo passo, per trasformare una "fastidiosa outsider" in una nobile europea, servono investimenti che i rigidi paletti salariali della Liga non permettono al presidente Ángel Torres.

Bordalás è un generale che vuole artiglieria pesante; il club può offrirgli solo ottimi fanti. Da qui la scelta: lasciare ora, da vincente, prima che l'usura del tempo trasformi il miracolo in mediocrità.

L’eredità del "Cattivo"

Il Getafe del 2026 è l’ultima evoluzione del suo creatore. Una squadra che non si limita a difendere, ma che aggredisce lo spazio e i nervi degli avversari. Con la coppia Satriano-Vázquez davanti, Bordalás ha dimostrato che la sua "garra" può essere anche moderna e verticale. Eppure, il marchio di fabbrica resta quello: il blocco basso, il fallo tattico al momento giusto, quella capacità quasi diabolica di sporcare ogni linea di passaggio altrui.

In un calcio che si sta piegando agli algoritmi e al possesso palla esasperato, il Getafe è stato l’ultimo avamposto del calcio "di pancia". Amarlo è stato difficile per i puristi, ma ignorarlo è stato impossibile per chiunque.

Quale futuro?

Mentre le sirene della Premier League (con il Crystal Palace in pole position) chiamano il tecnico alicantino, a Getafe ci si interroga sul dopo. Chi avrà il coraggio di ereditare una trincea così profonda? Si fanno i nomi di profili emergenti come Diego Martínez, ma la verità è che il Getafe senza Bordalás rischia di diventare "una squadra come le altre". E per una piazza che ha costruito la sua identità sull'essere l'antagonista di tutti, questa sarebbe la sconfitta più grande.

Se ne va l'ultimo baluardo del pragmatismo estremo. La Liga perde il suo "villain" preferito, ma il calcio perde un pezzo di autenticità feroce. Godiamoci queste ultime tre giornate: l'ultima battaglia del generale Bordalás sta per concludersi.


mercoledì 11 marzo 2026

IL CALCIO MODERNO SI DECIDE DA FERMO ?

 



di  Luis Stefanoiu


C’è un momento, nel calcio moderno, in cui tutto si ferma.

La palla viene sistemata nell’angolo del campo, i giocatori si dispongono in area e per qualche secondo la partita sembra sospesa. Poi parte il cross. E sempre più spesso arriva anche il gol.

Negli ultimi anni i calci piazzati sono diventati una delle armi più decisive del calcio europeo. Non più soltanto un episodio dentro la partita, ma una fase di gioco preparata con attenzione quasi scientifica.

Basta guardare due delle squadre più efficaci della stagione: l’Arsenal e l’Inter. Club diversi per storia e campionato, ma accomunati dalla capacità di trasformare corner e punizioni laterali in occasioni da gol quasi sistematiche.


Arsenal: laboratorio di schemi

In Premier League l’Arsenal è diventato un vero laboratorio delle palle inattive. La squadra di Mikel Arteta ha costruito una parte importante dei propri gol proprio su corner e punizioni, arrivando in questa stagione a superare venti reti da palla inattiva, di cui sedici direttamente da calcio d’angolo.

Dietro c’è il lavoro maniacale del set-piece coach Nicolas Jover: blocchi sui difensori, movimenti incrociati, attacchi sul primo e sul secondo palo. Tutto è studiato nei minimi dettagli.

A beneficiarne sono i giocatori più dominanti nel gioco aereo: Gabriel Magalhães, William Saliba e il giovane Ben White creano pressione costante, mentre battitori come Bukayo Saka, Martin Ødegaard e Leandro Trossard trasformano ogni palla in una minaccia concreta.

Non è un caso che l’Arsenal venga spesso soprannominato “Set-Piece FC”: i calci piazzati, più di ogni altra cosa, decidono le partite dei Gunners.


Inter: l’arma segreta da fermo

Se in Inghilterra i corner sono una scienza, in Italia rappresentano una tradizione consolidata. L’Inter, in questa stagione, ha dimostrato quanto possano essere decisivi.

Su palla inattiva, la squadra sfrutta la combinazione di fisicità e precisione. Difensori come Bisseck e Alessandro Bastoni diventano armi letali nel gioco aereo, mentre battitori esperti come Hakan Çalhanoğlu e Federico Dimarco garantiscono cross calibrati e costanti.

Un nome su tutti: Pio Esposito, giovane talento emergente, ha già dimostrato un’abilità sorprendente nel gioco aereo. Il suo gol contro la Juventus, arrivato da corner, ha cambiato il corso della partita, ribaltando il risultato e regalando tre punti fondamentali all’Inter. È un esempio perfetto di come la preparazione sui calci piazzati possa determinare le sfide più importanti.


Il calcio dei dettagli

I numeri confermano questa tendenza: in Premier League circa il 27% dei gol arriva da palla inattiva, e in Serie A la quota dei gol da corner e punizione è in costante crescita.

Il motivo è semplice: le difese sono sempre più organizzate, il pressing più preciso, gli spazi più ristretti. In questo scenario, la palla inattiva diventa una pausa strategica, un momento in cui l’attacco può dominare la situazione e imporre il proprio schema.

Sempre più club investono in specialisti dedicati, analizzando video, statistiche e movimenti, per ottenere anche il minimo vantaggio.


Quando il gol nasce da fermo

Per anni il calcio ha celebrato l’improvvisazione: dribbling inattesi, giocate geniali, colpi di talento capaci di cambiare una partita.

Oggi, sempre più spesso, il risultato nasce da uno schema studiato: un blocco perfetto su un difensore, un cross calibrato, un attaccante pronto a colpire di testa. L’abilità nei calci piazzati può decidere una stagione, come dimostra Esposito, e squadre come Arsenal e Inter ne sono l’esempio lampante.

In un calcio sempre più equilibrato, dove le squadre si annullano e gli spazi si riducono, il gol da fermo diventa l’arma segreta. E così, mentre il gioco corre veloce, sono spesso i dettagli a fare la differenza.