ALLA FINE DEL PRIMO TEMPO Appunti di calcio romantico
Dopo aver scritto tantissimo di musica (www.iltonnuto.it) ho iniziato a pubblicare in questo blog i tanti scritti sul calcio messi insieme in quasi 12 anni. Il calcio visto attraverso gli occhi di un innamorato di questo sport, ... dall'arancione delle maglie dell'Olanda nella finale mondiale del 1978 in Argentina alla passione per il portierone del Belgio Jean-Marie Pfaff, l'eroe della mia infanzia e adolescenza.
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domenica 19 luglio 2026
OSVALDO ... DEI MIRACOLI
domenica 31 maggio 2026
IL SOGNO DEL "MEXICO" OGGI ... NEL PRESENTE DI 40 ANNI FA
Oggi, sabato 31 maggio 1986, la messa prefestiva delle 19 corre via veloce, più veloce del solito e il sole caldo che entra dalle alte finestre della chiesa già parla di un inizio di estate prossimo ad arrivare.
E' poco meno di un'ora il tempo effettivo che divide la fine della funzione religiosa dall'inizio del tanto atteso match inaugurale della tredicesima edizione della Coppa del Mondo di Calcio.
Sono arrivato al punto di inizio più preparato che mai.
I portieri di tutte le 24 finaliste sono, dal primo al terzo, fissati nella mia memoria: ora e sempre.
E' l'Italia di Enzo Bearzot, Campione del Mondo in carica, come da tradizione, ad aprire il mondiale messicano.
Siamo (solo) noi.
Di fronte abbiamo un avversario non certo impossibile: la Bulgaria è, sulla carta, un contendente più che abbordabile.
Siamo i Campioni del Mondo in carica.
E infatti passiamo sul finire del primo tempo con un gol del bomber dell'Inter, "Spillo" Altobelli dopo aver avuto in controllo il gioco sin dall'inzio.
Partita che resta così, in "ghiaccio", fino a 5 minuti dalla fine.
Fino a quel punto il nostro portiere Giovanni Galli è restato spettatore non pagante limitandosi ad interventi di ordinaria amministrazione.
A svegliarci dal quel sogno "mondiale" di una notte di fine maggio è il testone del difensore bulgaro Sirakov che svettando tra i nostri Bagni e De Napoli indirizza un pallone infido sul palo più lontano e, nonostante il buon volo del nostro Galli, la palla finisce in rete per l'1 a 1 che sarà il risultato finale.
Si intuisce già che non sarà un Mondiale facile per noi azzurri.
Nel presente di 40 anni fa iniziava così il mio "Mondiale dei Sogni", che alla vigilia speravo tinti di Azzurro, mentre alla fine di quell'azzurro restarono impressi nei miei occhi, di quindicenne, i cieli del Messico, senza le nuvole, la Mano De Dios di Maradona e il portiere del Belgio Jean-Marie Pfaff.
Dei "miei" portieri, di quel Mondiale, proprio lo scorso 31 marzo di questo anno 2026 se n'è andato il portiere di quella Bulgaria che affrontò l'Italia, Borislav Mihajlov, preceduto dagli azzurri Scirea e Vialli, e se n'è andato anche El Diez ... ognuno lasciando, tra il presente oggi e quello di 40 anni fa, ricordi ed epiche gesta del bel tempo che fu.
E sempre ricordo che, dal mio punto di vista, non sono loro che se ne sono andati, ma è solo il Tempo che è passato.
Que Viva México. Siempre !!!
giovedì 14 maggio 2026
BORDALÁS E LA RIVINCITA DEL "RISULTATISMO"
9 maggio 2026 – C’è un’aria
strana al Coliseum Alfonso Pérez. Nonostante la classifica sorrida e l’Europa
sia a portata di mano, il clima non è quello delle grandi feste. Si respira
piuttosto il sapore metallico della fine di un’epoca. Le indiscrezioni che
filtrano da Madrid in queste ore sono ormai quasi certezze: José Bordalás
lascerà il Getafe a fine stagione.
Non è un addio qualsiasi. È la
fine del "Bordalismo", una filosofia che per anni ha diviso la Spagna
tra chi la considerava un crimine contro l’estetica e chi, invece, un
capolavoro di ingegneria della resistenza.
Il soffitto di cristallo
Il motivo della rottura è il più
antico del mondo: l'ambizione che sbatte contro la realtà. Bordalás ha portato
questo Getafe al settimo posto, lottando spalla a spalla con colossi come
l'Athletic Bilbao e il Real Betis. Ma per fare l'ultimo passo, per trasformare
una "fastidiosa outsider" in una nobile europea, servono investimenti
che i rigidi paletti salariali della Liga non permettono al presidente Ángel
Torres.
Bordalás è un generale che vuole
artiglieria pesante; il club può offrirgli solo ottimi fanti. Da qui la scelta:
lasciare ora, da vincente, prima che l'usura del tempo trasformi il miracolo in
mediocrità.
L’eredità del "Cattivo"
Il Getafe del 2026 è l’ultima
evoluzione del suo creatore. Una squadra che non si limita a difendere, ma che
aggredisce lo spazio e i nervi degli avversari. Con la coppia Satriano-Vázquez
davanti, Bordalás ha dimostrato che la sua "garra" può essere anche
moderna e verticale. Eppure, il marchio di fabbrica resta quello: il blocco
basso, il fallo tattico al momento giusto, quella capacità quasi diabolica di
sporcare ogni linea di passaggio altrui.
In un calcio che si sta piegando
agli algoritmi e al possesso palla esasperato, il Getafe è stato l’ultimo
avamposto del calcio "di pancia". Amarlo è stato difficile per i
puristi, ma ignorarlo è stato impossibile per chiunque.
Quale futuro?
Mentre le sirene della Premier
League (con il Crystal Palace in pole position) chiamano il tecnico alicantino,
a Getafe ci si interroga sul dopo. Chi avrà il coraggio di ereditare una
trincea così profonda? Si fanno i nomi di profili emergenti come Diego
Martínez, ma la verità è che il Getafe senza Bordalás rischia di diventare
"una squadra come le altre". E per una piazza che ha costruito la sua
identità sull'essere l'antagonista di tutti, questa sarebbe la sconfitta più
grande.
Se ne va l'ultimo baluardo del
pragmatismo estremo. La Liga perde il suo "villain" preferito, ma il
calcio perde un pezzo di autenticità feroce. Godiamoci queste ultime tre
giornate: l'ultima battaglia del generale Bordalás sta per concludersi.
mercoledì 11 marzo 2026
IL CALCIO MODERNO SI DECIDE DA FERMO ?
di Luis Stefanoiu
C’è un momento, nel calcio moderno, in cui tutto si ferma.
La palla viene sistemata nell’angolo del
campo, i giocatori si dispongono in area e per qualche secondo la partita
sembra sospesa. Poi parte il cross. E sempre più spesso arriva anche il gol.
Negli ultimi anni i calci piazzati sono
diventati una delle armi più decisive del calcio europeo. Non più soltanto un
episodio dentro la partita, ma una fase di gioco preparata con attenzione quasi
scientifica.
Basta guardare due delle squadre più
efficaci della stagione: l’Arsenal e l’Inter. Club diversi per storia e
campionato, ma accomunati dalla capacità di trasformare corner e punizioni
laterali in occasioni da gol quasi sistematiche.
Arsenal: laboratorio di schemi
In Premier League l’Arsenal è diventato
un vero laboratorio delle palle inattive. La squadra di Mikel Arteta ha
costruito una parte importante dei propri gol proprio su corner e punizioni,
arrivando in questa stagione a superare venti reti da palla inattiva, di cui
sedici direttamente da calcio d’angolo.
Dietro c’è il lavoro maniacale del
set-piece coach Nicolas Jover: blocchi sui difensori, movimenti incrociati,
attacchi sul primo e sul secondo palo. Tutto è studiato nei minimi dettagli.
A beneficiarne sono i giocatori più
dominanti nel gioco aereo: Gabriel Magalhães, William Saliba e il giovane Ben
White creano pressione costante, mentre battitori come Bukayo Saka, Martin
Ødegaard e Leandro Trossard trasformano ogni palla in una minaccia concreta.
Non è un caso che l’Arsenal venga spesso
soprannominato “Set-Piece FC”: i calci piazzati, più di ogni altra cosa,
decidono le partite dei Gunners.
Inter: l’arma segreta da fermo
Se in Inghilterra i corner sono una
scienza, in Italia rappresentano una tradizione consolidata. L’Inter, in questa
stagione, ha dimostrato quanto possano essere decisivi.
Su palla inattiva, la squadra sfrutta la
combinazione di fisicità e precisione. Difensori come Bisseck e Alessandro
Bastoni diventano armi letali nel gioco aereo, mentre battitori esperti come
Hakan Çalhanoğlu e Federico Dimarco garantiscono cross calibrati e costanti.
Un nome su tutti: Pio Esposito, giovane
talento emergente, ha già dimostrato un’abilità sorprendente nel gioco aereo.
Il suo gol contro la Juventus, arrivato da corner, ha cambiato il corso della
partita, ribaltando il risultato e regalando tre punti fondamentali all’Inter.
È un esempio perfetto di come la preparazione sui calci piazzati possa
determinare le sfide più importanti.
Il calcio dei dettagli
I numeri confermano questa tendenza: in
Premier League circa il 27% dei gol arriva da palla inattiva, e in Serie A la
quota dei gol da corner e punizione è in costante crescita.
Il motivo è semplice: le difese sono
sempre più organizzate, il pressing più preciso, gli spazi più ristretti. In
questo scenario, la palla inattiva diventa una pausa strategica, un momento in
cui l’attacco può dominare la situazione e imporre il proprio schema.
Sempre più club investono in specialisti
dedicati, analizzando video, statistiche e movimenti, per ottenere anche il
minimo vantaggio.
Quando il gol nasce da fermo
Per anni il calcio ha celebrato
l’improvvisazione: dribbling inattesi, giocate geniali, colpi di talento capaci
di cambiare una partita.
Oggi, sempre più spesso, il risultato
nasce da uno schema studiato: un blocco perfetto su un difensore, un cross
calibrato, un attaccante pronto a colpire di testa. L’abilità nei calci
piazzati può decidere una stagione, come dimostra Esposito, e squadre come
Arsenal e Inter ne sono l’esempio lampante.
In un calcio sempre più equilibrato, dove
le squadre si annullano e gli spazi si riducono, il gol da fermo diventa l’arma
segreta. E così, mentre il gioco corre veloce, sono spesso i dettagli a fare la
differenza.
sabato 28 febbraio 2026
TUTTO L'ORO DI MARINELLA CANCLINI
domenica 1 febbraio 2026
"GOALS" IL MENSILE DEL CALCIO INTERNAZIONALE SECONDO MAURIZIO PISTOCCHI
lunedì 26 gennaio 2026
DOVE SONO FINITI I NUMERI 10 ?
Il numero 10 una volta era un posto.
Non un’idea astratta, non una
suggestione. Un punto preciso del campo, tra le linee, dove il gioco rallentava
per forza. Lì stava quello che dava senso al possesso, quello che legava tutto
il resto. In certi posti lo chiamavano enganche, più semplicemente era il
giocatore da cui passava tutto.
Non erano per forza i più veloci, né
quelli che correvano di più.
Erano quelli che si prendevano una pausa
quando nessun altro poteva permetterselo. Il pallone arrivava lì quando non
c’erano soluzioni evidenti. Non per abitudine, ma per necessità.
Per anni i 10 sono stati tanti.
Talmente tanti da sembrare normali.
Bastava guardarli giocare per riconoscerli, anche senza il numero sulla
schiena.
Baggio, Del Piero, Totti.
Zidane, Kaká, Rivaldo.
Ronaldinho, Riquelme, Sneijder.
Diversissimi per passo, corpo e
carattere.
Ma tutti rifinitori naturali, uomini di
fantasia, capaci di rallentare la partita senza farla morire. Craque a modo
loro, ciascuno con un tempo interno che non si insegnava.
Oggi sembrano appartenere a un’altra
epoca, non perché fossero migliori, ma perché il contesto li lasciava esistere.
Poi il calcio ha cambiato pelle.
Gli spazi si sono chiusi, il tempo si è
accorciato, la pausa è diventata un difetto. Il 10, così com’era, ha smesso di
essere una certezza tattica ed è diventato qualcosa da giustificare.
E allora non è sparito.
Si è mimetizzato.
Oggi il 10 spesso non porta il 10.
Si nasconde dietro altri numeri, altri
ruoli. Griezmann è forse l’esempio più evidente: non vive stabilmente tra le
linee, ma quando il gioco si inceppa è lui che diventa uomo tra le righe, che
abbassa il ritmo e sceglie. Il numero è cambiato, la funzione no.
Il 10 moderno non occupa uno spazio
fisso.
È una presenza intermittente. Un
controllo orientato, una ricezione pulita sotto pressione, una scelta che rompe
il ritmo. Dura pochi secondi, ma basta.
In Serie A, oggi, quel tipo di calcio a
volte passa da Nicolás Paz.
Non è un 10 dichiarato, né continuo. A
tratti sembra quasi fuori dal gioco, poi all’improvviso prende palla tra le
linee e prova la giocata più difficile. Non sempre gli riesce, ed è giusto
così. Il 10 non è mai stato una questione di sicurezza.
Paz non è ancora un craque.
È un talento in formazione, uno che sta
imparando quando rallentare e quando forzare. Ma nei suoi momenti migliori
sembra un 10 che prova a esistere dentro un calcio che non lo aspetta.
Subito dopo viene Dybala.
Non come nostalgia, ma come confronto
diretto. Dybala è stato, ed è ancora, un 10 nascosto dietro altri numeri. Il
talento non è mai stato in discussione. La fragilità sì.
La fragilità ferisce.
Perché ogni volta che sembra pronto a
riprendersi il centro del gioco, il corpo lo tradisce. E il calcio moderno con
chi è fragile non ha pazienza. Quando però sta bene, anche solo per pochi
minuti, il gioco cambia ritmo.
Dybala dimostra che il 10 può ancora
esistere.
Ma anche che non può più essere totale.
Guardando avanti, però, qualcosa si
muove.
Arda Güler, Mastantuono, ma anche profili
come Cherki, Doué, Xavi Simons. Giocatori che non dominano le partite, ma le
interpretano. Non sono registi classici, non sono trequartisti scolpiti. Sono
uomini di estro, capaci di una giocata che rompe lo spartito.
La nuova generazione non promette
certezze.
Promette lampi, pause, idee.
Forse il numero 10 non è morto.
Si è solo fatto più difficile da
riconoscere.


















