ALLA FINE DEL PRIMO TEMPO Appunti di calcio romantico
Dopo aver scritto tantissimo di musica (www.iltonnuto.it) ho iniziato a pubblicare in questo blog i tanti scritti sul calcio messi insieme in quasi 12 anni. Il calcio visto attraverso gli occhi di un innamorato di questo sport, ... dall'arancione delle maglie dell'Olanda nella finale mondiale del 1978 in Argentina alla passione per il portierone del Belgio Jean-Marie Pfaff, l'eroe della mia infanzia e adolescenza.
Visualizzazioni totali
domenica 1 febbraio 2026
"GOALS" IL MENSILE DEL CALCIO INTERNAZIONALE SECONDO MAURIZIO PISTOCCHI
lunedì 26 gennaio 2026
DOVE SONO FINITI I NUMERI 10 ?
Il numero 10 una volta era un posto.
Non un’idea astratta, non una
suggestione. Un punto preciso del campo, tra le linee, dove il gioco rallentava
per forza. Lì stava quello che dava senso al possesso, quello che legava tutto
il resto. In certi posti lo chiamavano enganche, più semplicemente era il
giocatore da cui passava tutto.
Non erano per forza i più veloci, né
quelli che correvano di più.
Erano quelli che si prendevano una pausa
quando nessun altro poteva permetterselo. Il pallone arrivava lì quando non
c’erano soluzioni evidenti. Non per abitudine, ma per necessità.
Per anni i 10 sono stati tanti.
Talmente tanti da sembrare normali.
Bastava guardarli giocare per riconoscerli, anche senza il numero sulla
schiena.
Baggio, Del Piero, Totti.
Zidane, Kaká, Rivaldo.
Ronaldinho, Riquelme, Sneijder.
Diversissimi per passo, corpo e
carattere.
Ma tutti rifinitori naturali, uomini di
fantasia, capaci di rallentare la partita senza farla morire. Craque a modo
loro, ciascuno con un tempo interno che non si insegnava.
Oggi sembrano appartenere a un’altra
epoca, non perché fossero migliori, ma perché il contesto li lasciava esistere.
Poi il calcio ha cambiato pelle.
Gli spazi si sono chiusi, il tempo si è
accorciato, la pausa è diventata un difetto. Il 10, così com’era, ha smesso di
essere una certezza tattica ed è diventato qualcosa da giustificare.
E allora non è sparito.
Si è mimetizzato.
Oggi il 10 spesso non porta il 10.
Si nasconde dietro altri numeri, altri
ruoli. Griezmann è forse l’esempio più evidente: non vive stabilmente tra le
linee, ma quando il gioco si inceppa è lui che diventa uomo tra le righe, che
abbassa il ritmo e sceglie. Il numero è cambiato, la funzione no.
Il 10 moderno non occupa uno spazio
fisso.
È una presenza intermittente. Un
controllo orientato, una ricezione pulita sotto pressione, una scelta che rompe
il ritmo. Dura pochi secondi, ma basta.
In Serie A, oggi, quel tipo di calcio a
volte passa da Nicolás Paz.
Non è un 10 dichiarato, né continuo. A
tratti sembra quasi fuori dal gioco, poi all’improvviso prende palla tra le
linee e prova la giocata più difficile. Non sempre gli riesce, ed è giusto
così. Il 10 non è mai stato una questione di sicurezza.
Paz non è ancora un craque.
È un talento in formazione, uno che sta
imparando quando rallentare e quando forzare. Ma nei suoi momenti migliori
sembra un 10 che prova a esistere dentro un calcio che non lo aspetta.
Subito dopo viene Dybala.
Non come nostalgia, ma come confronto
diretto. Dybala è stato, ed è ancora, un 10 nascosto dietro altri numeri. Il
talento non è mai stato in discussione. La fragilità sì.
La fragilità ferisce.
Perché ogni volta che sembra pronto a
riprendersi il centro del gioco, il corpo lo tradisce. E il calcio moderno con
chi è fragile non ha pazienza. Quando però sta bene, anche solo per pochi
minuti, il gioco cambia ritmo.
Dybala dimostra che il 10 può ancora
esistere.
Ma anche che non può più essere totale.
Guardando avanti, però, qualcosa si
muove.
Arda Güler, Mastantuono, ma anche profili
come Cherki, Doué, Xavi Simons. Giocatori che non dominano le partite, ma le
interpretano. Non sono registi classici, non sono trequartisti scolpiti. Sono
uomini di estro, capaci di una giocata che rompe lo spartito.
La nuova generazione non promette
certezze.
Promette lampi, pause, idee.
Forse il numero 10 non è morto.
Si è solo fatto più difficile da
riconoscere.
domenica 18 gennaio 2026
RALLENTARE PER NON SCOMPARIRE. PERCHE' LA LENTEZZA E' ANCORA RIVOLUZIONE.
Il calcio di oggi corre senza fermarsi
mai. Tutto deve accadere subito: il pallone deve arrivare, lo spazio deve
aprirsi, l’avversario deve essere superato. Il tempo sembra mancare, e chi
rallenta viene guardato con sospetto, come se stesse tradendo il gioco. Eppure,
proprio in quell’attimo in cui tutto scivola troppo veloce, la lentezza diventa
un atto di ribellione, una dichiarazione silenziosa d’amore per il pallone, per
il gesto, per il gioco stesso.
Essere lenti non significa rinunciare
alla partita. Significa scegliere ogni passo, ogni tocco, come se il pallone
fosse un compagno fidato e non un obbligo da scaricare. Significa fidarsi del
proprio istinto, lasciar parlare il campo, osservare prima di agire. La
lentezza è romantica perché concede il tempo di guardare, di sentire, di
capire; è il tempo necessario per innamorarsi del gioco ad ogni tocco, per
sentirlo vibrare sotto i piedi.
Sergio Busquets ha incarnato questo
ideale in modo assoluto. Non correva più degli altri, non aveva bisogno di
stupire, non strappava applausi con giocate vistose. Riceveva palla spalle alla
porta, in mezzo al caos, e per un attimo sembrava fermarsi. Poi si girava,
controllava, decideva. In quell’istante il gioco respirava di nuovo, sembrava
piegarsi al suo sguardo, e chi lo osservava sugli spalti sentiva qualcosa di
simile a un sospiro: il calcio era bello. Busquets non rallentava il gioco per
scelta estetica; lo faceva per amore del pallone, per restituire armonia a ciò
che sembrava perduto. La sua lentezza non era spettacolo, era essenza,
naturale, perfetta, implacabile. In un calcio sempre più rumoroso, la sua è
stata una rivoluzione silenziosa, fatta di scelte semplici e di un controllo
totale del ritmo.
Oggi quella lentezza pura non domina più
il campo, ma sopravvive fragile e impaziente. In Serie A, Piotr Zieliński ne è
il riflesso. Non è Busquets: non ha il controllo perfetto, non governa il ritmo
con sicurezza matematica. A volte trattiene il pallone un istante di troppo, un
passo in più di quanto servirebbe, e quel piccolo “errore”, quella sospensione
imperfetta, è il gesto che lo rende vivo, la sua firma. Quando la palla scivola
tra i suoi piedi, il gioco rallenta, respira, prende un ritmo che sembra aspettarlo;
un controllo morbido, una conduzione breve, una scelta che potrebbe sembrare un
attimo tardiva, ma che in realtà è pura bellezza, un modo per farci sentire il
gioco, per lasciarlo respirare con lui. È una lentezza romantica, esposta,
fragile, che a differenza di Busquets non vuole solo dominare, ma anche
emozionare, farsi ammirare, farsi sentire. E in quei secondi, quando la pausa
sembra durare un’eternità, il calcio appare così semplice, così puro, così
necessario.
Zieliński gioca come se il tempo fosse
suo, come se ogni tocco fosse un gesto di cura, un piccolo atto d’amore per chi
guarda, per chi sente il campo vibrare. Non forza mai, non corre dietro
all’evento, ma lo lascia accadere, come se il pallone custodisse un segreto che
lui solo sa interpretare. Ogni pallone che trattiene, ogni pausa imperfetta,
ogni passo leggermente fuori ritmo ci ricorda che il calcio non è solo azione,
ma anche attesa. È in movimento, fragile, sorprendente, bellissima.
Forse oggi non si paga più il biglietto
per vedere qualcuno rallentare il tempo. Eppure, quando accade, quando un
controllo, un passaggio, una pausa fanno vibrare il campo, tutto torna chiaro:
il calcio è bello perché sa aspettare, perché sa lasciarsi amare, e perché, a
volte, fermarsi resta il gesto più rivoluzionario di tutti. E in quella
sospensione, in quel piccolo passo falso che Zieliński concede al tempo, al
gesto, a noi, il calcio torna davvero a essere ciò che dovrebbe sempre essere:
un gioco da amare, lento, fragile e infinito.
sabato 10 gennaio 2026
"IL MITO DEI BOMBER DI PROVINCIA" LIBRO SCRITTO CON CUORE E SENTIMENTO DA EMANUELE ATTURO
martedì 6 gennaio 2026
Da Enrico Albertosi 1961 a Luca Marchegiani 1999: Storia dei portieri italiani nella Coppa delle Coppe- PARTE IV
EDIZIONE 1985/1986
Nell'edizione 1985/1986 della Coppa delle Coppe fu la Sampdoria di mister Eugenio Bersellini a rappresentare l'Italia dopo aver battuto il Milan di Nils Liedholm nella doppia finale del giugno /luglio 1985.
Tra i pali della formazione blucerchiata vi era Ivano Bordon alla sua terza stagione all'ombra della lanterna dopo le memorabili stagioni coi colori dell'Inter.
Il sorteggio fu benevolo per la Samp, che affrontò nel primo turno i greci del A.O. Larissas.
Nella gara di andata, disputata in Grecia il 18 settembre 1985, finì con un pareggio per uno ad uno con il vantaggio greco firmato da Mitsobonas e il pareggio nel finale di gara siglato da Roberto Mancini.
Nella gara di ritorno a Genova del 2 ottobre 1985 la Samp si impose con il minimo sforzo, per 1 rete a 0 ancora risolutivo fu il gol di Mancini sul finire del primo tempo.
Avversari del secondo turno i portoghesi del Benfica in un test decisamente più probante del precedente e che, di fatto, sancì l'eliminazione della formazione blucerchiata. Nella gara di andata, disputata a Lisbona il 23 ottobre 1985 i lusitani si imposero per 2 a 0 con reti di Diamantino e Rui Aguas.
Nella gata di ritorno, disputata a Genova il 6 novembre 1985, la Samp si impose per 1 a 0 con rete di Lorenzo che subentrò nel corso del secondo tempo sostituendo proprio Mancini.
Così si chiuse l'avventura europea della Samp con Ivano Bordon che timbrò le presenze da 146 e 149 di un portiere italiano nella storia della Coppa delle Coppe.
EDIZIONE 1986/1987
Ancora più breve di quella doriana della stagione precedente fu il cammino della Roma di mister Eriksson nella stagione 1986/1987, che ancora aveva tra i pali l'intramontabile Franco Tancredi.
Il sorteggio abbinò ai giallorossi il Real Zaragozza.
Dopo il successo per 2 a 0, nella gara di andata che si disputò a Roma il 17 settembre 1986, con reti di Di Carlo e Gerolin, nella gara di ritorno gli spagnoli pareggiarono i conti portando i giallorossi alla lotteria dei rigori.
A Saragozza il primo ottobre 1986 finì 4 a 3 per gli spagnoli che così approdarono al secondo turno.
Per Franco Tancredi ancora due presenze nelle coppe e il contatore di gara numero 150 e 151 per un portiere italiano nella storia della Coppa delle Coppe.
EDIZIONE 1987/1988
Nella stagione 1987/1988 a rappresentare l'Italia nella Coppa delle Coppe fu l'Atalanta di mister Emiliano Mondonico che, pur uscendo sconfitta nella doppia finale di Coppa Italia della stagione precedente contro il Napoli, proprio in forza della vittoria dello scudetto dei partenopei videro libero così lo slot per la Coppa.
E, quella della formazione bergamasca, in quell'annata 1987/1988 fu una cavalcata davvero entusiasmante.
A difendere i pali dell'Atalanta vi era un dei miei idoli del tempo: il mitico Ottorino Piotti dal lodevole passato in maglia rossonera.
Avversari del primo turno furono i gallesi del F.C. Merhyr Tidfild.
Dopo una inaspettata sconfitta in terra gallese per 2 a 1 maturata il 16 settembre 1987 la formazione bergamasca si qualificò battendo i gallesi a Bergamo il 30 settembre 1987 per 2 a 0, con reti di Garlini e Cantarutti.
Al secondo turno ai bergamaschi toccò l'OFI Heraklion (OFI Creta). Nella gara di andata, disputata a Salonicco il 20 ottobre 1987 quelli dell'OFI si imposero per 1-0 ma vennero eliminati dai bergamaschi nella gara di ritorno disputata il 5 novembre con un secco 2-0 con reti di Nicolini e Garlini.
Nei quarti di finale avversaria dell'Atalanta fu la formazione portoghese dello Sporting Lisbona.
I lusitani vennero superati per 2 a 0 nella gara di andata che si disputò a Bergamo il 2 marzo 1988 con reti di Nicolini e Cantarutti mentre la gara di ritorno, disputata a Lisbona il 16 marzo 1988, si chiuse con un pareggio per 1a 1 con rete bergamasca segnata ancora da Cantarutti.
Approdati così in semifinale, ad attendere i bergamaschi vi erano i belgi del Malines, del grande portiere Michele Preud'Homme. I due incontri che sancirono l'eliminazione dei bergamaschi dal torneo, si chiusero entrambi con lo stesso punteggio di 2 reti ad uno a favore del Malines.
In Belgio il 6 aprile 1988, nella gara di andata, la rete bergamasca fu realizzata dallo svedese Stromberg, mentre nella gara di ritorno del 20 aprile 1988 la rete della bandiera per l'Atalanta venne realizzata da Garlini.
Per Ottorino Piotti le presenze dalla numero 152 alla numero 159 di un portiere italiano nella Coppa delle Coppe.
A questa avventura di Piotti dedicai il seguente post qualche annetto fa : https://allafinedelprimotempo.blogspot.com/2015/04/ottorino-piotti-e-il-miracolo.html
EDIZIONE 1988/1989
E' la Sampdoria di mister Boskov a partecipare per l'Italia all'edizione 1988/1989 della Coppa delle Coppe.
Il suo portiere, Gianluca Pagliuca, fece il suo esordio nelle coppe europee proprio con il primo turno di questa edizione della Coppa delle Coppe.
Accadde il 7 settembre 1988 in Svezia contro la formazione del IFK Norkkoping. Nella gara di andata i blucerchiati furono sconfitti per 2 reti ad una (rete di Carboni) mentre nella gara di ritorno (che si giocò a Cremona il 6 ottobre) la Samp vinse 2 reti a 0 qualificandosi così per il turno successivo (reti di Salsano e Vialli).
Negli ottavi di finale alla Samp toccarono i tedeschi dell'est del Carl Zeiss Jena.
Il 26 ottobre 1988 a Jena la gara di andata finì con il punteggio di 1 a 1 (rete blucerchiata di Vialli su rigore) mentre nella gara di ritorno il 9 novembre il 3 a 1 rifilato ai tedeschi orientali consentì alla truppa di Boskov di accedere ai quarti di finale (reti doriane di Vierchowod, Cerezo e Vialli).
Contro i rumeni della Dinamo Bucarest la qualificazione alle semifinali arrivò dopo un doppio pareggio. Dopo l'1 a 1 del primo marzo 1989 strappato a Bucarest con rete di Vialli sul finire, lo zero a zero di Genova del 15 marzo consentì ai doriani (grazie al doppio valore del gol in trasferta) di approdare al turno successivo.
Ad attendere i doriani in semifinale i belgi del Malines, detentori del trofeo, così come accaduto all'Atalanta nell'edizione precedente della Coppa delle Coppe.
Questa volta, tuttavia, la formazione belga venne eliminata.
Dopo la sconfitta subita in Belgio il 5 aprile 1989 per 2 a 1 (rete doriana dell'immancabile Vialli) arrivò la sonante vittoria di Genova per 3 a zero con reti di Cerezo, Dossena e Salsano.
Le porte della finale, contro il temibile Barcellona di Cruijff,si aprirono così per la banda Boskov e, quell'anno, a nulla servì ai belgi lo straordinario valore di Preud'Homme tra i pali.
La finale si disputò il 10 maggio 1989 al Wankdorfstadion di Berna.
Fu, per la Samp, una finale amara che si chiuse con una sconfitta senza appello per 2 reti a zero.
Tuttavia per la banda Boskov fu una bella avventura che servì a fare esperienza nell'Europa del Calcio che contava. La lezione fu subito messa in pratica nell'edizione successiva della Coppa, ma quella è una Storia che vi racconterò nel prossimo episodio.
Gianluca Pagliuca, sempre presente tra i pali della Samp in quella cavalcata europea del 1988/1989, timbrò così le apparizioni da 160 a 168 di un portiere italiano in una gara di Coppa delle Coppe e avrebbe poi timbrato, come vedremo nel prossimo episodio, anche le successive.
domenica 28 dicembre 2025
ODE A "IL GRANDE CALCIO - ENCICLOPEDIA DEL CALCIO MONDIALE"
domenica 7 dicembre 2025
QUANDO C'ERA "SPECIAL SPORT"















