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lunedì 26 gennaio 2026

DOVE SONO FINITI I NUMERI 10 ?

 


di Luis Stefanoiu 

Il numero 10 una volta era un posto.

Non un’idea astratta, non una suggestione. Un punto preciso del campo, tra le linee, dove il gioco rallentava per forza. Lì stava quello che dava senso al possesso, quello che legava tutto il resto. In certi posti lo chiamavano enganche, più semplicemente era il giocatore da cui passava tutto.

Non erano per forza i più veloci, né quelli che correvano di più.

Erano quelli che si prendevano una pausa quando nessun altro poteva permetterselo. Il pallone arrivava lì quando non c’erano soluzioni evidenti. Non per abitudine, ma per necessità.

Per anni i 10 sono stati tanti.

Talmente tanti da sembrare normali. Bastava guardarli giocare per riconoscerli, anche senza il numero sulla schiena.

Baggio, Del Piero, Totti.

Zidane, Kaká, Rivaldo.

Ronaldinho, Riquelme, Sneijder.

Diversissimi per passo, corpo e carattere.

Ma tutti rifinitori naturali, uomini di fantasia, capaci di rallentare la partita senza farla morire. Craque a modo loro, ciascuno con un tempo interno che non si insegnava.

Oggi sembrano appartenere a un’altra epoca, non perché fossero migliori, ma perché il contesto li lasciava esistere.

Poi il calcio ha cambiato pelle.

Gli spazi si sono chiusi, il tempo si è accorciato, la pausa è diventata un difetto. Il 10, così com’era, ha smesso di essere una certezza tattica ed è diventato qualcosa da giustificare.

E allora non è sparito.

Si è mimetizzato.

Oggi il 10 spesso non porta il 10.

Si nasconde dietro altri numeri, altri ruoli. Griezmann è forse l’esempio più evidente: non vive stabilmente tra le linee, ma quando il gioco si inceppa è lui che diventa uomo tra le righe, che abbassa il ritmo e sceglie. Il numero è cambiato, la funzione no.

Il 10 moderno non occupa uno spazio fisso.

È una presenza intermittente. Un controllo orientato, una ricezione pulita sotto pressione, una scelta che rompe il ritmo. Dura pochi secondi, ma basta.

In Serie A, oggi, quel tipo di calcio a volte passa da Nicolás Paz.

Non è un 10 dichiarato, né continuo. A tratti sembra quasi fuori dal gioco, poi all’improvviso prende palla tra le linee e prova la giocata più difficile. Non sempre gli riesce, ed è giusto così. Il 10 non è mai stato una questione di sicurezza.

Paz non è ancora un craque.

È un talento in formazione, uno che sta imparando quando rallentare e quando forzare. Ma nei suoi momenti migliori sembra un 10 che prova a esistere dentro un calcio che non lo aspetta.

Subito dopo viene Dybala.

Non come nostalgia, ma come confronto diretto. Dybala è stato, ed è ancora, un 10 nascosto dietro altri numeri. Il talento non è mai stato in discussione. La fragilità sì.

La fragilità ferisce.

Perché ogni volta che sembra pronto a riprendersi il centro del gioco, il corpo lo tradisce. E il calcio moderno con chi è fragile non ha pazienza. Quando però sta bene, anche solo per pochi minuti, il gioco cambia ritmo.

Dybala dimostra che il 10 può ancora esistere.

Ma anche che non può più essere totale.

Guardando avanti, però, qualcosa si muove.

Arda Güler, Mastantuono, ma anche profili come Cherki, Doué, Xavi Simons. Giocatori che non dominano le partite, ma le interpretano. Non sono registi classici, non sono trequartisti scolpiti. Sono uomini di estro, capaci di una giocata che rompe lo spartito.

La nuova generazione non promette certezze.

Promette lampi, pause, idee.

Forse il numero 10 non è morto.

Si è solo fatto più difficile da riconoscere.



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