Il numero 10 una volta era un posto.
Non un’idea astratta, non una
suggestione. Un punto preciso del campo, tra le linee, dove il gioco rallentava
per forza. Lì stava quello che dava senso al possesso, quello che legava tutto
il resto. In certi posti lo chiamavano enganche, più semplicemente era il
giocatore da cui passava tutto.
Non erano per forza i più veloci, né
quelli che correvano di più.
Erano quelli che si prendevano una pausa
quando nessun altro poteva permetterselo. Il pallone arrivava lì quando non
c’erano soluzioni evidenti. Non per abitudine, ma per necessità.
Per anni i 10 sono stati tanti.
Talmente tanti da sembrare normali.
Bastava guardarli giocare per riconoscerli, anche senza il numero sulla
schiena.
Baggio, Del Piero, Totti.
Zidane, Kaká, Rivaldo.
Ronaldinho, Riquelme, Sneijder.
Diversissimi per passo, corpo e
carattere.
Ma tutti rifinitori naturali, uomini di
fantasia, capaci di rallentare la partita senza farla morire. Craque a modo
loro, ciascuno con un tempo interno che non si insegnava.
Oggi sembrano appartenere a un’altra
epoca, non perché fossero migliori, ma perché il contesto li lasciava esistere.
Poi il calcio ha cambiato pelle.
Gli spazi si sono chiusi, il tempo si è
accorciato, la pausa è diventata un difetto. Il 10, così com’era, ha smesso di
essere una certezza tattica ed è diventato qualcosa da giustificare.
E allora non è sparito.
Si è mimetizzato.
Oggi il 10 spesso non porta il 10.
Si nasconde dietro altri numeri, altri
ruoli. Griezmann è forse l’esempio più evidente: non vive stabilmente tra le
linee, ma quando il gioco si inceppa è lui che diventa uomo tra le righe, che
abbassa il ritmo e sceglie. Il numero è cambiato, la funzione no.
Il 10 moderno non occupa uno spazio
fisso.
È una presenza intermittente. Un
controllo orientato, una ricezione pulita sotto pressione, una scelta che rompe
il ritmo. Dura pochi secondi, ma basta.
In Serie A, oggi, quel tipo di calcio a
volte passa da Nicolás Paz.
Non è un 10 dichiarato, né continuo. A
tratti sembra quasi fuori dal gioco, poi all’improvviso prende palla tra le
linee e prova la giocata più difficile. Non sempre gli riesce, ed è giusto
così. Il 10 non è mai stato una questione di sicurezza.
Paz non è ancora un craque.
È un talento in formazione, uno che sta
imparando quando rallentare e quando forzare. Ma nei suoi momenti migliori
sembra un 10 che prova a esistere dentro un calcio che non lo aspetta.
Subito dopo viene Dybala.
Non come nostalgia, ma come confronto
diretto. Dybala è stato, ed è ancora, un 10 nascosto dietro altri numeri. Il
talento non è mai stato in discussione. La fragilità sì.
La fragilità ferisce.
Perché ogni volta che sembra pronto a
riprendersi il centro del gioco, il corpo lo tradisce. E il calcio moderno con
chi è fragile non ha pazienza. Quando però sta bene, anche solo per pochi
minuti, il gioco cambia ritmo.
Dybala dimostra che il 10 può ancora
esistere.
Ma anche che non può più essere totale.
Guardando avanti, però, qualcosa si
muove.
Arda Güler, Mastantuono, ma anche profili
come Cherki, Doué, Xavi Simons. Giocatori che non dominano le partite, ma le
interpretano. Non sono registi classici, non sono trequartisti scolpiti. Sono
uomini di estro, capaci di una giocata che rompe lo spartito.
La nuova generazione non promette
certezze.
Promette lampi, pause, idee.
Forse il numero 10 non è morto.
Si è solo fatto più difficile da
riconoscere.

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