Il calcio di oggi corre senza fermarsi
mai. Tutto deve accadere subito: il pallone deve arrivare, lo spazio deve
aprirsi, l’avversario deve essere superato. Il tempo sembra mancare, e chi
rallenta viene guardato con sospetto, come se stesse tradendo il gioco. Eppure,
proprio in quell’attimo in cui tutto scivola troppo veloce, la lentezza diventa
un atto di ribellione, una dichiarazione silenziosa d’amore per il pallone, per
il gesto, per il gioco stesso.
Essere lenti non significa rinunciare
alla partita. Significa scegliere ogni passo, ogni tocco, come se il pallone
fosse un compagno fidato e non un obbligo da scaricare. Significa fidarsi del
proprio istinto, lasciar parlare il campo, osservare prima di agire. La
lentezza è romantica perché concede il tempo di guardare, di sentire, di
capire; è il tempo necessario per innamorarsi del gioco ad ogni tocco, per
sentirlo vibrare sotto i piedi.
Sergio Busquets ha incarnato questo
ideale in modo assoluto. Non correva più degli altri, non aveva bisogno di
stupire, non strappava applausi con giocate vistose. Riceveva palla spalle alla
porta, in mezzo al caos, e per un attimo sembrava fermarsi. Poi si girava,
controllava, decideva. In quell’istante il gioco respirava di nuovo, sembrava
piegarsi al suo sguardo, e chi lo osservava sugli spalti sentiva qualcosa di
simile a un sospiro: il calcio era bello. Busquets non rallentava il gioco per
scelta estetica; lo faceva per amore del pallone, per restituire armonia a ciò
che sembrava perduto. La sua lentezza non era spettacolo, era essenza,
naturale, perfetta, implacabile. In un calcio sempre più rumoroso, la sua è
stata una rivoluzione silenziosa, fatta di scelte semplici e di un controllo
totale del ritmo.
Oggi quella lentezza pura non domina più
il campo, ma sopravvive fragile e impaziente. In Serie A, Piotr Zieliński ne è
il riflesso. Non è Busquets: non ha il controllo perfetto, non governa il ritmo
con sicurezza matematica. A volte trattiene il pallone un istante di troppo, un
passo in più di quanto servirebbe, e quel piccolo “errore”, quella sospensione
imperfetta, è il gesto che lo rende vivo, la sua firma. Quando la palla scivola
tra i suoi piedi, il gioco rallenta, respira, prende un ritmo che sembra aspettarlo;
un controllo morbido, una conduzione breve, una scelta che potrebbe sembrare un
attimo tardiva, ma che in realtà è pura bellezza, un modo per farci sentire il
gioco, per lasciarlo respirare con lui. È una lentezza romantica, esposta,
fragile, che a differenza di Busquets non vuole solo dominare, ma anche
emozionare, farsi ammirare, farsi sentire. E in quei secondi, quando la pausa
sembra durare un’eternità, il calcio appare così semplice, così puro, così
necessario.
Zieliński gioca come se il tempo fosse
suo, come se ogni tocco fosse un gesto di cura, un piccolo atto d’amore per chi
guarda, per chi sente il campo vibrare. Non forza mai, non corre dietro
all’evento, ma lo lascia accadere, come se il pallone custodisse un segreto che
lui solo sa interpretare. Ogni pallone che trattiene, ogni pausa imperfetta,
ogni passo leggermente fuori ritmo ci ricorda che il calcio non è solo azione,
ma anche attesa. È in movimento, fragile, sorprendente, bellissima.
Forse oggi non si paga più il biglietto
per vedere qualcuno rallentare il tempo. Eppure, quando accade, quando un
controllo, un passaggio, una pausa fanno vibrare il campo, tutto torna chiaro:
il calcio è bello perché sa aspettare, perché sa lasciarsi amare, e perché, a
volte, fermarsi resta il gesto più rivoluzionario di tutti. E in quella
sospensione, in quel piccolo passo falso che Zieliński concede al tempo, al
gesto, a noi, il calcio torna davvero a essere ciò che dovrebbe sempre essere:
un gioco da amare, lento, fragile e infinito.

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