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domenica 7 giugno 2020

Il silenzioso "rumore estivo" del Torneo San Luigi 2020


(Scorcio del Campo dell'Oratorio San Luigi di Cabiate - Foto Gruppo Facebook del Torneo)   


Per pura sorte del Destino che ci accompagna sin dalla nascita  la "mia"  "Classe di Ferro  1971"  è anche la stessa  dell'Oratorio di Cabiate dedicato a "San Luigi".
Quell'Oratorio che, sempre per sorte del medesimo Destino di cui sopra, sorge a poco più di cento metri dall'uscio di casa mia.
Così, nel tempo, con l'età e nel vento, il mio processo di crescita, è passato in gran parte respirando l'aria di questo luogo "magico", traendone "umori" e "malumori" a pieni polmoni.
Normalmente, in questo periodo dell'anno, a mia memoria scendendo giù la scala dei ricordi fino alla soglia dei primi anni ottanta, l'aria delle serate estive da queste parti è sempre stata carica dei "rumori" tipici dell'evento "calcistico" dell'anno oratoriano: il Torneo di Calcio a sette San Luigi. 
Una delle Istituzioni più Classiche della vita "mondana" della "Piccola Parigi", evento che ha sempre avuto il suo culmine nella serata della finalissima,  tradizionalmente fissata per il primo lunedì del mese di luglio.
A finestre aperte, spalancate su calde serate di giugno, con lontano il profumo dei tigli in fiore, immancabile mi giungeva preciso il "vento caldo"  tipico delle serate" del San Luigi. 
Era, quello,  il momento di prendere ed andare ad essere testimone dell"evento.
Negli anni ottanta vi erano i forti boati delle "grandi compagnie" che, in capo al relativo bar o locale di riferimento, proponevano un tifo da "stadio" che copriva il fischio del sempre malcapitato arbitro di turno, tra qualche lieve impropero e qualche più pesante osservazione e peggio. 
Farei un torto a fare qualche nome di più o meno illustri protagonisti (tra autentici fenomeni, onesti comprimari,  e poco più che scarsi pedatori prestati alla causa - tra i quali mi autoinserisco nella mia unica partecipazione nel lontanissimo 1992) a discapito di altri proprio perchè quello del San Luigi è, da sempre,  un rito di pura collettività.
La "sacralità" che attribuivo al Torneo da giovinetto, come tutte le cose che passano, con lo scorrere naturale delle cose della vita e del tempo ha perso via via un po' della sua antica magia, mentre intatto  è rimasto il senso e l'Anima dell'evento che puntualmente fa rivivere nel presente immagini di vecchie vicende di quando eravamo poco più che ragazzi, all'epoca della nostra "meglio gioventù".
In quel  tempo dominavano in assoluto le faziosità collegate ai Bar "Storici" di Cabiate. 
Poi, col tempo,  è cambiato il mondo,  è cambiata la società e di riflesso è cambiato anche il paese. 
Tuttavia, pur vedendo meno le "grandi compagnie" così come le si intendeva  ai tempi delle storiche rivalità tra bar e locali, nuove leve hanno saputo mantenere viva l'Anima Propria del Torneo, anche grazie alla  forza di quella tradizione che, consolidata nei ricordi, è carburante puro  per questa "giusta" causa.
I nostri personali e dolorosi giorni di quest'anno  2020, che per tutti passerà alla storia come l'anno della Pandemia Covid-19,  hanno visto stravolgere l'ordine naturale delle cose,  le nostre vite, le nostre certezze, usi e abitudini, la stessa percezione di molte delle vicende della vita, e questo,   senza eccezione alcuna.
Così, in queste sere di un "anomalo giugno", dalle finestre spalancate sul nostro piccolo ed (improvvisamente) "insicuro" mondo comincia a fatica ad arrivare il timido profumo dei tigli a ricordare che è la stagione estiva.
Ma ciò che impressiona maggiormente, captando gli "umori" di questo mese che passa  è l'irreale quiete che avvolge l'Oratorio.
Immagini di un lontano passato e incertezze di un futuro incosistente come un fantasma si mischiano in una sorta di  "caos calmo" che accompagna queste serate estive.
La quiete tutto intorno è rotta, nella mia mente,  dal "silenzioso rumore" dei ricordi dei tornei di   San Luigi degli anni passati.
Per citarla con parole scritte da un sapiente Uomo di Musica che ci ha abbondonati troppo presto ... aspettiamo con occhi ... senza più parole ... il prossimo San Luigi.

CANZONE DEL TEMPO CHE PASSA 
- Gianmaria Testa -

Saluteremo dalla nostra finestra
Il tempo che passa
E se passando ci riconoscerà
Anche il tempo perduto
Anche il tempo sbagliato
Ci risponderà
Saluteremo dalla nostra finestra
E non sarà una canzone
Che tutto il tempo finito ci ritornerà
Ma saranno gli occhi
Questi nostri occhi senza più parole
E un altro tempo sarà









sabato 25 gennaio 2020

"Il portiere di Astrachan" uno splendido libro di Romano Lupi su Rinat Dasaev



"Sono le cinque della mattina del 6 luglio 1991. Una macchina viene ritrovata dentro il fosso del Rettorato dell'Università di Siviglia, la vecchia sede della Real Fabbrica del Tabacco. L'automobile ha compiuto un volo di cinque metri che induce i soccorritori a pensare al peggio per chi è rimasto all'interno del veicolo. La macchina è una Citroen BX e al suo interno viene rinvenuto soltanto un uomo. Un uomo molto famoso. Famoso non soltanto a Siviglia. Appena tre anni prima, in Germania Occidentale aveva giocato (da capitano della sua nazionale) la finale dell'Europeo di Calcio."

Si apre così, col triste declino del Campione,  lo splendido libro che  Romano Lupi ha scritto per narrare con il "cuore in mano", da vero innamorato di questo personaggio, la vera storia di Rinat Dasaev, il "Portiere di Astrachan", secondo solo a Lev Jascin nella graduatoria dei portieri più forti della storia calcistica della Russia.
Lupi è uno "dei nostri". 
Uno cioè dei nati negli anni settanta del secolo scorso e che, quindi, è stato testimone diretto di gran parte di quello che narra nel  suo libro: e questo rende inattaccabile la veridicità del suo racconto.
Romano Lupi era già  stato gradito  "ospite" del blog in una precedente occasione:  in collaborazione con Mario Curletto scrisse infatti  il più bel libro che sia mai stato dedicato al Leggendario "Ragno Nero" Lev Jascin, ossia quel  "Jasin. Vita di un portiere" del quale potete andare a leggere a questo link sul blog

Di Rinat Dasaev e della sua  importanza "capitale" nell'economia di questo blog sulla storia dei portieri da me più amati nella storia del calcio mondiale ho già avuto modo di raccontare in questo post: http://allafinedelprimotempo.blogspot.com/2014/04/rinat-dasaev-lerede-di-jascin.html

Per cui non sto a ripete cose già dette.
Il libro è ricco di aneddoti e ripercorre tutta la vicenda umana e sportiva di questo fantastico atleta.

L'appello a tutti gli amanti del Calcio di quel tempo lì, a cavallo tra gli ottanta e i novanta (soprattutto per chi ha i numeri 1 nel cuore), è quindi quello  di  leggere questo autentico atto di amore di Lupi che rende tributo a uno dei suoi Eroi di Gioventù, in maniera davvero esemplare.








domenica 8 settembre 2019

Quando Giuliano Terraneo fece un provino per il Manchester Utd.



Accadde la prima settimana di settembre del 1987.
Giuliano Terraneo, il "Poeta di Briosco" , ex portiere di Torino, e Milan,  dopo aver risolto il suo contratto con la Lazio formazione con la quale disputò 38 gare nella stagione 1986/1987,   si ritrovò nei primi giorni di settembre ad essere senza squadra.
Il "Poeta di Briosco", 33 anni,  portiere affidabile,   il ritratto del quale potete trovare in questo post http://allafinedelprimotempo.blogspot.com/2013/08/giuliano-terraneo-il-poeta.html , si ritrovò così ad essere sul mercato, disponibile a qualsiasi altra nuova avventura nel mondo del calcio.
Contemporaneamente a Manchester, sponda United, dopo che un serio infortunio al ginocchio andò a compromettere  la carriera del portiere ed idolo locale  Gary Bailey "Il Colosso Biondo" (di cui ho narrato le vicende nel seguente post http://allafinedelprimotempo.blogspot.com/2013/05/gary-bailey-il-colosso-biondo.html )  l'allenatore e manager scozzese  Alex Ferguson si mise alla ricerca di un valido sostituto cui affidare la maglia numero 1 dei "Diavoli Rossi".
I nomi messi in bacheca  furono altisonanti: prima il russo Rinat Dasaev e poi il belga Jean-Marie Pfaff. Tuttavia non se ne fece nulla per entrambi: per il russo il problema era l'allora "temibile" "Cortina di Ferro" che rendeva pressochè impossibile qualsiasi tipo di approccio, mentre per il ricciolone belga l'accordo fu impossibile stante la forte volontà del Bayern Monaco di trattenere Pfaff in Baviera come valore aggiunto di una formazione già ottima.
Nel mondo del calcio le voci "girano" e così saputo che il Manchester Utd. era alla ricerca di un numero 1 affidabile il procuratore italiano Giuseppe Bonetto  prese contatti con  Alex Ferguson  e per Giuliano Terraneo si fece concreta la possibilità di trovare collocazione proprio a Manchester.
Detto e fatto la prima settimana di settembre Giuliano Terraneo volò a Manchester e provò per qualche giorno con i "Diavoli Rossi".
Le cose non andarono male sul campo dove Terraneo poteva far valere la sua pluriennale esperienza.
Tuttavia del possibile trasferimento non se ne fece nulla.
Ufficialmente a Manchester dissero che il portiere italiano non aveva quella stazza sufficiente a consentirgli di dominare l'area di rigore che, notoriamente, nel calcio inglese, viene grandinata da traversoni che rendono il gioco aereo essenziale nello sviluppo delle gare chiamando in causa spesso e volentieri il portiere di turno.
Terraneo con i suoi 182 cm di statura venne, in sostanza, ritenuto non idoneo a sostituire i 188 centimetri di Gary "Colosso Biondo" Bailey.
Qualche voce più maligna attribuì, invece, il mancato ingaggio di Terraneo allo stipendio richiesto  (circa 150 mila sterline -  350 milioni di lire per un anno di contratto), ritenuto troppo elevato per lo standard inglese di allora, anche considerato che il capitano del Manchester Utd. e della nazionale inglese Bryan Robson percepiva molto di meno (100 mila sterline l'anno).
Va considerato che, ai tempi, il calcio italiano e la serie A era al top nel mondo in quanto a stipendi pagati ai pedatori dell'epoca e questo, di fatto, non fu molto favorevole a Terraneo
Il Manchester Utd di Ferguson si arrangiò alla bene e meglio nella stagione 1987/1988 alternando  senza particolari fortune Chris Turner e Gary Walsh mentre  nella stagione successiva Ferguson andò a cercare il suo numero 1 in Scozia portando a Manchester  l'ottimo Jim Leighton. 
Nella storia di Giuliano Terraneo resterà per sempre la memoria di quell'esperienza con la maglia dei "Diavoli Rossi" addosso, ma l'Inghilterra, "La Perfida Albione",  non è terra che ama i  Poeti degli altri e così il "Poeta di Briosco" ritorno in Patria.
Terraneo trovò posto tra i pali del Lecce squadra con la quale disputò le ultime tre stagioni della sua carriera agonistica prima del suo ritiro al termine della stagione 1989/1990.














sabato 7 settembre 2019

Dino Zoff e quella scura notte di Atene


Accadde la notte del  25 maggio 1983 allo Stadio Olimpico di Atene.
Quella notte la Juventus del Leggendario  portiere-capitano  Dino Zoff affrontò la formazione tedesca dell'Amburgo nella sfida finale che assegnò la Coppa dei Campioni d'Europa per Club per la stagione 1982/1983.
Zoff si presentò in campo per quella importante finale esattamente 318 giorni dopo aver sollevato da Capitano della Nazionale Italia la Coppa del Mondo di Calcio vinta in Spagna  la notte di Madrid dell' 11 luglio del 1982.
Nel giro di poco meno di un anno Zoff  si ritrovò così alle prese con due partite finali di estrema importanza,  dimostrando (se mai ce ne fosse stato bisogno) di essere, in quel periodo, in Europa e nel Mondo,  il Numero 1 dei Numeri 1, "DinoMito", appunto, Una Leggenda.
Nella vita le coincidenze sono una parte integrante del cammino e pertanto non fu solo un caso che, anche questa volta, come era capitato a Madrid, la finale si disputò tra rappresentantive di Italia e Germania. 
Il dirimpettaio di Dino Zoff trai  pali della formazione tedesca, in quella notte di Atene, era un giovane e talentuoso ragazzotto di 19 anni: Ulrich "Uli" Stein, che fece del suo e bene, per mantenere inviolata la sua porta.
La "Vecchia Signora" arrivò a quella finale di Atene da imbattuta, mentre i tedeschi dovettero cedere una partita, nei quarti di finale, alla formazione della Dynamo Kijev che vinse ad Amburgo per 1-2 dopo aver però perso all'andata a Tbilisi per  0-3.
La notte di Atene  divenne subito amara per Dino Zoff.
Dopo otto minuti e rotti di gioco, e dopo che la Juventus aver avuto anche l'occasione di passare in vantaggio, l'Amburgo segnò con Felix Magath.
Il centrocampista dell'Amburgo ricevuta palla dal compagno Groh avanzò decentrandosi al limite del vertice dell'area di rigore juventina e, poco meno di un metro dalla linea di demarcazione dell'area stessa fece partire un tiro a parabola che sorprese nettamente Zoff e si infilò in perfetta diagonale all'incrocio dei pali. Quel colpo ad effetto di Magath fu il classico "lampo nel buio". 
I restanti 80 minuti di gara non portarono altre reti e così la formazione tedesca si vide consegnare la Coppa alzata al cielo nella notte di Atene dalle mani del capitano Horst  Hrubesch.
Il destino impedì, di fatto, a Dino Zoff di vincere quella Coppa che sarebbe stata il sigillo finale di una Carriera Splendente.
Quella notte ad Atene,  togliendosi di dosso la sua maglia numero 1  Zoff chiuse la sua carriera a livello di Club e solo quattro giorni dopo, il 29 maggio 1983,  "DinoMito"  disputò la sua ultima partita ufficiale della carriera vestendo per la 112 e ultima volta la maglia azzurra nella sconfitta per 2-0 subita dall'Italia contro la Svezia a Goteborg.
La notte di Atene restò un rimpianto ma non tolse nulla alla Leggenda Carriera di Dino Zoff.
Un Gigante. 
Per Sempre.







(Amburgo - Juventus   0-1)

















martedì 27 agosto 2019

I "Portieri Acrobati" degli anni '80



Correva la metà degli anni '80 quando, tra  le tante iniziative editoriali che si affacciarono in edicola sullo scaffale dello sport,  arrivarono tutta una serie di numeri "monografici"  speciali del mensile "SUPERGOL"  dedicati di volta in volta ai protagonisti  del Calcio suddivisi  per i vari  ruoli che gli stessi occupavano in campo.
Così arrivò anche il turno di quelli che, nel titolo del giornale, furono definiti i "PORTIERI ACROBATI".
Questo numero de "LE STELLE DI SUPERGOL"  datato gennaio 1985 mi venne regalato dal mio amico Fabio "Bucci" Busnelli ed è tuttora conservato tra gi scaffali  dei "Preziosi Testimoni Del Calcio del Bel Tempo che Fu".
La carrellata degli eroi con il numero 1 sulle spalle contemplava i tre portieri che allora andavano per la maggiore nel campionato italiano: il giovane interista Walter Zenga, poi il romanistra Franco  Tancredi e il toscano Giovanni Galli portiere della Fiorentina ai quali venne dedicata gran parte del numero speciale.
Tra accenni storici ai  Grandi e Leggendari  Portieri  (Jascin, Gilmar, Zamora ecc) e un buon  resoconto sui Grandi Guardiani Azzurri (Combi, Zoff ecc) trovarono spazio anche i Guardiani che al tempo andavano per la maggiore in Europa e nel Mondo. Per intenderci, parlo di tutta gente che poi ha fatto la storia del Calcio, come il sovietico Dasaev, il tedesco Schumacher, l'inglese Clemence con la sola, unica e grande, mancanza del "mio" belga Pfaff il quale, suppur regolarmente citato nei testi degli articoli, non trovò spazio nella "carrellata fotografica".
A chiudere un pezzo dedicato all'immenso Dino Zoff.
A quei tempi, quando la carta era l'unica via di informazione "enciclopedica",  iniziative editoriali come quella di SUPEGOL ci consentivano di coltivare "Passioni Vere", che potevi toccare con mano e che, lette e rilette, servivano a formare quella conoscenza che poi ti portavi dietro per sempre.
Sono passati quasi 35 anni ed è cambiato tutto il mondo.
Restano, di quei personaggi narrati nel giornale, i nostri  ricordi di ragazzi.
Resta la storia, Unica... dei "Portieri Acrobati".
Leggende del Bel Tempo che Fu.





















martedì 25 giugno 2019

Il Mondiale del '78 , quello dei capelli di Cuellar e del rifiuto di Carrascosa





di Roberto Rizzetto


Prendendo in prestito la frase con la quale il giornalista sportivo Federico Buffa era solito introdurre il programma televisivo “Storie mondiali”, posso affermare che i mondiali hanno scandito, con cadenza quadriennale, il ritmo della mia vita. Ho addirittura un ricordo, seppur molto sbiadito, del mondiale del 74 mentre, per ovvie ragioni, il mundial spagnolo dell’82 vinto dall’Italia è quello a cui sono emotivamente più legato. In mezzo c’è stato il mondiale d’Argentina del 78 che mi ha fatto scoprire la passione per il calcio.                              
All’epoca avevo dieci anni e l’interesse per il football era legato principalmente alla raccolta di figurine della Panini. Fu proprio questa competizione calcistica, trasmessa per intero dalla RAI, a farmi innamorare di questo sport.               Guardai tutte le partite trasmesse nel pomeriggio, mentre, a causa del fuso orario, i miei genitori mi consentirono di assistere soltanto al primo tempo dell’incontro serale che aveva inizio alle 22 italiane. E vedendo la prima frazione di gioco di Messico-Tunisia rimasi folgorato dalla nazionale messicana, non tanto per il loro tasso tecnico o per il modulo di gioco, quanto per le fluenti capigliature sfoggiate dai calciatori messicani. In particolare il mio idolo divenne immediatamente un centrocampista offensivo di nome Leonardo Cuellar, la cui zazzera di riccioli neri era davvero impressionante…                                       Ricordo che il sabato successivo, al mercato, convinsi mia madre ad acquistare una maglietta verde scuro (il colore sociale della divisa della nazionale centroamericana) sul retro della quale, con del nastro adesivo, aggiunsi un rudimentale numero 17 (ovvero il numero di Cuellar). Inoltre le mance che in quel periodo chiesi con insistenza ai miei familiari vennero sistematicamente convertite nell’acquisto delle figurine che la Panini aveva messo in circolazione in occasione del mondiale.  Aprivo ogni pacchetto con la speranza di trovare la figurina di un calciatore messicano, magari proprio quella di Cuellar…  
Tornando alla partita, quando al termine del primo tempo Vasquez-Ayala portò in vantaggio il Messico su calcio di rigore urlai di gioia. Andai a dormire sognando la nazionale messicana che alzava al cielo la coppa del mondo.
Con profonda delusione appresi il giorno successivo che la partita era terminata 3-1 per la Tunisia. Nei due successivi incontri il Messico rimediò altrettante sconfitte (per 6-0 contro la Germania Ovest e per 3-1 nei confronti della Polonia) finendo così mestamente al sedicesimo e ultimo posto! 
Optai quindi per un tiepido tifo per gli azzurri, che finirono al quarto posto disputando un ottimo campionato del mondo. Ebbero modo di rifarsi con gli interessi quattro anni dopo, ma questa è un’altra Storia…                                  
La “rilettura” del mondiale argentino con gli occhi da adulto ebbe su di me l’effetto di un pugno sullo stomaco. Fu quello un esempio eclatante di come i regimi utilizzassero lo sport a fini propagandistici, e infatti coincise con il momento di maggior popolarità della dittatura del colonnello Videla.
Fu un mondiale che l’Argentina vinse raggiungendo la finale grazie a quella che venne ribattezzata la “marmellata peruviana”, ovvero un poco credibile 6-0 rifilato al Perù in una partita che incredibilmente non venne disputata in contemporanea con quella del Brasile, ovvero l’altra pretendente alla finale.  
Ma molto più sconvolgente fu ciò accadde in Argentina (anche) durante quel mondiale. Migliaia furono infatti i “desaparecidos”, ovvero le persone arrestate per motivi politici (oppure accusate semplicemente di avere compiuto attività anti governative) delle quali si persero le tracce. Si seppe in seguito che molti di loro vennero prima narcotizzati e poi lanciati dai portelloni aperti degli aerei verso le acque scure dell’oceano. Durante “Argentina 78” la tv olandese diffuse le immagini della coraggiosa marcia delle “madri di plaza de Mayo” che, sventolando un fazzoletto bianco, chiedevano giustizia per una generazione scomparsa.                                                                                                       Ma ci fu anche chi ebbe il coraggio di non chinare la testa di fronte a questa sanguinaria dittatura. E’ il caso di Jorge Carrascosa, detto “El lobo”, ovvero “il lupo”. Carrascosa era un terzino non particolarmente dotato dal punto di vista fisico e tecnico, tuttavia, grazie al suo temperamento ed al suo carisma, era riuscito a guadagnarsi i gradi di capitano della nazionale albiceleste con la  quale aveva disputato il mondiale del 74 e collezionato 30 presenze, segnando anche una rete. A livello di club Jorge si laureò due volte campione d’Argentina, la prima nel 71 con il Rosario Central, due anni dopo vestendo la casacca bianca dell’Huracan, squadra alla quale legò gran parte della carriera arrivando a disputare ben 287 partite.                                                              
Ma all’alba di quel mondiale che l’Argentina si accingeva ad ospitare (tra l’altro con una formazione per la prima volta competitiva) lasciò la nazionale in segno di protesta nei confronti di quella dittatura militare che governava il paese. 
A nulla valsero i ripetuti tentativi del CT Luis Cesar Menotti detto il “flaco” di fargli cambiare idea. Anzi, esattamente un anno dopo, il trentunenne Carrascosa diede l’addio al calcio giocato.                                                                            Sono passati 41 anni da quel mondiale ed oggi Cuellar è il selezionatore della modesta nazionale femminile messicana. Del suo look “afro” di una volta non è rimasta traccia alcuna visto che porta i capelli (ormai completamente bianchi) corti ed ha il viso perfettamente rasato. 
Jorge Carrascosa invece, una volta terminata la carriera, divenne assicuratore. 
A suo dire un lavoro onesto che gli permise di conoscere tante belle persone e di vivere nel quartiere di Buenos Aires in cui era nato. In una recente intervista, alla domanda se fosse felice delle scelte fatte rispose: “ Adesso, alla mia età, sono verso la fine della partita. Però mi sembra di averla giocata bene!”.

sabato 27 aprile 2019

Italo Cucci "Un nemico al giorno. Storia di un giornalista."



"Al Guerin Sportivo
amico dei miei amici."

Si apre così, con questa dedica, l'autobiografia del  "mio"  Direttore  Italo Cucci.
UN NEMICO AL GIORNO. STORIA DI UN GIORNALISTA edito da Limina nella primavera del 2003 raccoglie la vita, le opere, e  le missioni di quello che, in maniera indiscutibile,  è  l'Emblema vivente dello Spirito proprio del  Guerin Sportivo, il più antico periodico sportivo al Mondo.
E proprio dalle pagine dell'antico Guerino, io, all'epoca quattordicenne,  ho imparato a conoscere ed apprezzare Cucci e il suo lavoro.
Ho vissuto, attraverso le pagine di quel Guerin Sportivo delle annate  1985-1986, lo Zenit della serie A, quel Campionato di Calcio dove tutti insieme, i migliori calciatori del mondo si davano battaglia: Maradona, Platini, Rummenigge, Junior, senza dimenticare i nostri Giganti, come Scirea, Baresi, il bomber Pruzzo e via raccontando.
Sempre grazie a Cucci partecipai a Mexico 1986, pur restando a casa. 
Cronache puntuali e foto splendide dei grandi collaboratori dell'epoca (Giglio, Zucchi, Thomas) mi raccontarono tutto il mondiale della "Mano de Dios"  in un epoca, quella,  dove internet non esisteva ancora e la carta restava l'unica fonte di documentazione consultabile.
Per filo e per segno quell'estate 1986 l'ho raccolta in un post, questo: L'estate del 1986. Quella di Maradona e Pfaff. Quella del Mondiale del Messico
E per il Natale di quel 1986 i miei genitori mi regalarono proprio quel libro che a lungo avevo sognato e che ancora conservo come uno dei più cari ricordi della mia adolescenza : 


Devo Ringraziarla  Italo Cucci,  Direttore.
Grazie per avermi regalato articoli da mandare a memoria, pagine su pagine vergate, pure quelle come fosse stata "la Mano di Dios" e  copertine,  e immagini e ricordi e vita.
Eravamo a metà degli anni ottanta ...
E  ... ottanta, quest'anno, è un traguardo. 
Grazie Italo.
Sempre.